Aug 10 2009
Pagare le notizie su Internet? Una questione di vita o di morte
Come vi sareste comportati se per leggere questo articolo vi avessimo chiesto di pagare 15 centesimi? Semplice, probabilmente non l’avreste letto e sareste andati a cercare la notizia altrove. In fondo Internet è da sempre il regno dei contenuti gratuiti, e allora perché mai spendere dei soldi quando si può avere tutto a costo zero?
Eppure c’è chi è pronto a sfidare questo ordine di idee: Rupert Murdoch, ancora lui. Dopo aver dato un occhio ai conti del proprio colosso News Corp, il 77enne magnate australiano ha rivelato che a partire dal prossimo anno alcune delle principali testate del Gruppo offriranno le proprie notizie sul web a pagamento. Già dal prossimo mese di novembre, il Sunday Times adotterà il modello pay per view, mentre per il Times, il Sun e News of the World, il grande salto dovrebbe avvenire entro la prossima estate.
Pagare, ma perché?
Una prova di forza contro i principi liberali di Internet? Non proprio. Il ragionamento di Murdoch parte da una considerazione sulla quale è difficile essere in disaccordo: nessuno si può permettere di lavorare a livello professionale senza guadagnare nulla. E se consideriamo il crollo della pubblicità nel mercato editoriale, le preoccupazioni di Murdoch sono più che legittime. Tanto più se si considera che non tutti i servizi offerti attualmente nel mondo web/mobile sono gratuiti. Gli operatori telefonici chiedono 15 centesimi per mandare un sms, Apple 0,99 centesimi per ogni traccia musicale scaricata da Itunes, e anche qualcosa di più per avere le applicazioni da inserire nel nostro iPhone e iPod. E allora perché scandalizzarci di fronte alle richieste di Murdoch? I contenuti dei giornali online sono forse meno nobili? Certamente no. Quel che manca è probabilmente una cultura, o se preferite il termine, un’abitudine ad acquistare notizie sul web.
Ma Reuter non ci sta
Sul tema, l’opinione pubblica e quella degli addetti ai lavori si è spaccata da tempo. Va detto che nel partito dei contrari non ci sono solo gli utenti, ma anche autorevoli esponenti del mondo editoriale. È il caso di Reuter. Che per voce del suo presidente Media, Chris Ahearn, ha fatto sapere che “Internet non sta uccidendo il mercato delle news così come la Tv non ha ucciso la radio, o la stessa radio i giornali”. Crediamo nell’economia del link titola Ahearn nel suo editoriale, invitando tutti gli attori del mercato – editori online, motori di ricerca, aggregatori di notizie, network pubblicitari e blogger – a incontrarsi in una stanza virtuale per trovare un punto d’accordo.
Giusto, anzi giustissimo; peccato che il punto di vista di Ahearn rispecchi un mondo, quello delle agenzie di stampa, che rappresentano ancora un’isola felice per il mondo dell’editoria. Perché – come scrive l’Economist – se è vero che alcuni gruppi editoriali hanno cancellato l’abbonamento alle agenzie per risparmiare, molti altri, dopo aver ridimensionato le redazioni, sono diventati più dipendenti che mai dai dispacci.
Una scommessa che può fare scuola
L’esempio di Murdoch potrebbe essere seguito da altri gruppi editoriali. Lo stesso Murdoch è pronto a scommetterci: “I nostri contenuti saranno migliori e più differenziati rispetto a quelli offerti dalla concorrenza. E se avremo successo saremo seguiti presto da altri media”. E allora, a quel punto, il mondo del web sarà costretto gioco forza a cambiare le sue abitudini.
In questo senso l’approccio vincente (e anche quello meno traumatico per gli utenti) potrebbe essere quello dei cosiddetti modelli “Freemium” (Free + Premium) tipici di tutte quelle realtà web (vedi Flickr) che offrono un servizio di base a costo zero che si completa con degli extra a pagamento. Traslando il tutto in un’ottica editoriale, il futuro a breve termine dell’informazione a pagamento potrebbe essere proprio quella dei portali composti da una base di notizie flash gratuite e arricchiti da una serie di approfondimenti di qualità, ovviamente a pagamento.
Pagamenti rapidi e indolori
Già pagare, ma come? Il successo dell’AppStore dimostra che più il sistema di pagamento è rapido, maggiore è la propensione degli utenti verso l’acquisto, anche quando questo non è per così dire “essenziale”. Paypal è probabilmente il sistema più conosciuto ma ha costi di transazione ancora troppo alti per acquisti inferiori al dollaro. Ma non è il solo, sottolinea Walter Isaacson sul Time: “Gli utenti di Facebook stanno adottando sistemi come Spare Change, che consente di usare il conto Paypal o la carta di credito per avere denaro digitali da spendere in piccole quantità, Twitter usa Twitpay, ma anche gli appassionati di giochi di ruolo hanno la loro moneta digitale”. Qualunque sarà la strada scelta dal mercato editoriale, una cosa è certà: le transazioni dovranno essere rapide e indolori.
da:mytech.it
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