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	<title>orbitaweb.it &#187; admin</title>
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		<title>Nella guerra tra Google e Pechino a trionfare è la Cina</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 17:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google ha cambiato idea? Il mercato cinese è troppo redditizzio e non vale la pena abbandonarlo? Forse. Ma senza piegarsi troppo al diktat di Pechino, dice. Anzi, mente. Purtroppo. Come probabilmente alcuni lettori ricorderanno, a marzo il dominio cinese di Google (www.google.cn) è stato definitivamente archiviato. Da allora, chi tenta di accedervi viene automaticamente dirottato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google ha cambiato idea? Il mercato cinese è troppo redditizzio e non vale la pena abbandonarlo? Forse. Ma senza piegarsi troppo al diktat di Pechino, dice. Anzi, mente. Purtroppo. Come probabilmente alcuni lettori ricorderanno, a marzo il dominio cinese di Google (www.google.cn) è stato definitivamente archiviato. Da allora, chi tenta di accedervi viene automaticamente dirottato all’indirizzo www.google.com.hk, la versione ‘più libera’ di Google in Cina, quella di Hong Kong. Questo, naturalmente, non significa che negli ultimi cinque mesi i cinesi abbiano potuto navigare liberamente in rete ma, più semplicemente, che da un momento all’altro non è stato più Google-Cina ad autocensurarsi per non indispettire Pechino ma la Cina a bloccare come meglio ha creduto le pagine di Google-Hong Kong che non voleva fossero disponibili per gli internauti della Repubblica popolare.</p>
<p>E oggi cosa è cambiato? David Drummond, capo dell’ufficio legale dell’azienda americana, ha annunciato che ‘nei prossimi giorni Google accoglierà gli utenti cinesi su una nuova pagina’. Manovra necessaria visto che oggi, 30 giugno, scade la licenza accordata a Google per operare nella Cina continentale e il colosso americano sa che se continuerà a trasferire automaticamente gli utenti sul sito di Hong Kong la licenza ICP (internet content provider) non verrà rinnovata. Contemporaneamente Google si impegna a rifiutare le forme di autocensura richieste dal partito pur rispettando le leggi cinesi. Impossibile, verrebbe da dire, e infatti non è chiaro se questo nuovo sito sarà disponibile solo nei giorni caldi in cui dovrebbe essere formalizzato il rinnovo oppure no.</p>
<p>Del resto, le alternative sono poche: Google non può permettersi di perdere la Cina. Da un punto di vista commerciale perché la Repubblica popolare si è trasformata nel mercato informatico più grande del mondo. Ma anche da un punto di vista professionale-ideologico, visto che un’azienda che sostiene di ‘organizzare l’informazone mondiale’ oggi più di ieri non può accettare di non avere contatti con la Cina. Ma quest’ultima non vuole smettere di controllare in maniera capillare tutto quello che la sua popolazione guarda o legge, soprattutto in rete. Quindi, si sa, per operare il Cina o si accettano le condizioni del partito o niente. E il caso Google non potrà certo rappresentare la prima eccezione.</p>
<p>Va poi ricordato che il tentativo di dirottare gli utenti cinesi sul sito di Hong Kong non è stato il frutto di un compromesso tra il colosso americano e Pechino ma una decisione unilaterale del primo per cercare di smuovere il secondo su temi scottanti come quello della censura. La posizione cinese, spiega un portavoce del Ministero dell’Industria e della Tecnologia, non è mai cambiata: ‘le aziende straniere possono fare affari liberamente in Cina se rispettano le leggi del Paese’. Il messaggio inviato fra le righe a Google è chiarissimo: o ritorna ad operare come ha fatto fino a marzo o il sito verrà oscurato. La Repubblica popolare ha vinto la sua guerra. Ma bisogna quanto meno riconoscere agli americani il merito di aver provato a cambiare le cose.</p>
<p>da:blog.panorama.it</p>
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		<title>Google: riparte battaglia per aggirare censura cinese</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 12:37:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riaprendo una polemica sulla censura in corso dall&#8217; inizio dell&#8217; anno, Google ha annunciato oggi che cerchera&#8217; di restare sul promettente mercato cinese cambiando il modo di accesso ai suoi servizi dopo che quello in vigore da aprile e&#8217; risultato inaccettabile per le autorita&#8217; di Pechino. In un intervento sul suo blog il capo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riaprendo una polemica sulla censura in corso dall&#8217; inizio dell&#8217; anno, Google ha annunciato oggi che cerchera&#8217; di restare sul promettente mercato cinese cambiando il modo di accesso ai suoi servizi dopo che quello in vigore da aprile e&#8217; risultato inaccettabile per le autorita&#8217; di Pechino. In un intervento sul suo blog il capo del dipartimento legale del gruppo informatico di Mountain View, David Drummond, afferma che dopo &#8221;una serie di conversazioni con funzionari cinesi appare chiaro che essi non ritengono accettabile&#8221; il metodo usato negli ultimi mesi. Dalla chiusura in aprile del suo sito in cinese Google.cn, gli utenti cinesi del motore di ricerca americano vengono inviati direttamente sul sito Google di Hong Kong (google.com.hk), che non e&#8217; sottoposto alla censura delle autorita&#8217; di Pechino.</p>
<p>La nuova fase della &#8221;guerra&#8221; tra Google e il governo cinese si e&#8217; aperta perche&#8217; domani scade la licenza che permette a Google di operare in Cina e la compagnia deve fare una richiesta di proroga alle autorita&#8217;. Drummond ha precisato che nella situazione attuale &#8221;&#8230;la nostra licenza di Internet Content Provider (Icp) non verra&#8217; rinnovata&#8221;. &#8221;Senza una licenza Icp &#8211; ha aggiunto il capo dei legali di Google &#8211; non possiamo gestire un sito come Google.cn e Google sparirebbe dalla Cina&#8221;. La soluzione proposta da Google e&#8217; un nuovo sito web, gia&#8217; accessibile dalla Cina, dal quale non e&#8217; possibile fare ricerche ma e&#8217; possibile accedere al sito Google di Hong Kong (Google.com.hk), facendone richiesta. Questa soluzione, afferma Drummond, permette a Google di rispettare il proprio impegno a non sottoporsi alla censura cinese rispettando allo stesso tempo le leggi del Paese. Il rinnovo della licenza Icp verra&#8217; chiesto per questo nuovo sito.</p>
<p>Non e&#8217; chiaro se questa soluzione sara&#8217; accettabile per le autorita&#8217; cinesi. Rispondendo oggi ad una domanda in una conferenza stampa a Pechino, il portavoce del ministero degli esteri Qin Gang ha sostenuto di non conoscere le intenzioni di Google e si e&#8217; limitato a riaffermare che la Cina &#8221;&#8230;sostiene lo sviluppo di Internet in accordo con le leggi del Paese&#8221;. In Cina la censura blocca l&#8217; accesso ad una serie di siti ritenuti politicamente scomodi dal governo, come quelli dei dissidenti in esilio o dei gruppi filo-tibetani, e alle reti di comunicazione sociale come Facebook, Youtube e Twitter. Google ha deciso di chiudere il suo sito in cinese dopo aver scoperto che gli account di posta elettronica di alcuni dei suoi clienti, dissidenti cinesi e attivisti dei gruppi umanitari, avevano subito attacchi informatici provenienti dalla Cina. In seguito a questi avvenimenti Google ha perso posizioni sul mercato cinese, che con 400 milioni di utenti e&#8217; il piu&#8217; vasto del mondo, a beneficio del suo principale concorrente, il locale Baidu.com.</p>
<p>da:ansa.it</p>
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		<title>YouTube attiva il bottone «vuvuzela»</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 11:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il must, per questi Mondiali, è possedere una delle trombette-tormentone: la vuvuzela, corno di buon auspicio il cui rumore assordante, simile a uno sciame di insetti, sta facendo impazzire tifosi e commentatori sportivi. Ma per chi non riuscisse a trovare una vuvuzela vera, anche YouTube ha pensato (come hanno fatto altri siti creando mille applicazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il must, per questi Mondiali, è possedere una delle trombette-tormentone: la vuvuzela, corno di buon auspicio il cui rumore assordante, simile a uno sciame di insetti, sta facendo impazzire tifosi e commentatori sportivi. Ma per chi non riuscisse a trovare una vuvuzela vera, anche YouTube ha pensato (come hanno fatto altri siti creando mille applicazioni sul tema) di giocare sul fattore rumore di fondo, e ha aggiunto un bottone che emette un terribile suono di vuvuzela che invade i video che state guardando.</p>
<p><strong>IL BOTTONE – </strong>Ha la forma di un pallone da calcio e a dire il vero non compare proprio ovunque: si <a href="http://techcrunch.com/2010/06/23/bzzzzzz-youtube-gets-a-vuvuzela-button-seriously/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">trova però tra i comandi dei video dei Mondiali sudafricani di YouTube</span></a>. Posizionato in basso a destra, accanto alle dimensioni dello schermo. Cliccando sopra il bottone-palla si inserisce lo sciame fastidioso di insetti-trombette sul volume originale del video. Tutto il contrario insomma rispetto ai molti programmi e tutorial video, disponibili anche online, per imparare a filtrare il suono dei corni dall’audio della propria tv mentre si guardano le nazionali in campo, e per eliminarlo (qui più semplice) se le state vedendo in streaming sul vostro pc. Un po’ casualmente, almeno per ora, il bottone vuvuzela sta comparendo anche in video che coi mondiali sudafricani hanno poco da spartire: clip musicali, documentari, video messi online da privati. Non è ancora chiara la tecnica di assegnazione del pallone-vuvuzela da parte di YouTube.</p>
<p><strong>PRECEDENTI – </strong>A scherzare con le vuvuzela YouTube ci aveva già abituato nelle scorse settimane: per gli amanti del Signore degli anelli per esempio è disponibile un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=pZIwhYyz9oQ" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">rifacimento del trailer del film «La compagnia dell’anello», chiamato invece «La compagnia della vuvuzela»</span></a>, in cui Gandalf va ai Mondiali. E la colonna sonora è tutta suonata con le vuvuzela.</p>
<p>da: corriere.it</p>
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		<title>«Google, nuovo monopolista rapace? No, crescendo impariamo a cooperare</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 07:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Abbiamo certamente fatto degli errori, ma siamo un’azienda giovane, abbiamo una decina d’anni. Crescendo, diventiamo meno aggressivi e più collaborativi». Per la prima volta Google risponde a tutto campo a un giornale italiano difendendo le sue scelte, rivendicando con orgoglio il suo ruolo di motore del cambiamento, il contributo che offre all’economia, ma ammettendo anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Abbiamo certamente fatto degli errori, ma siamo un’azienda giovane, abbiamo una decina d’anni. Crescendo, diventiamo meno aggressivi e più collaborativi». Per la prima volta Google risponde a tutto campo a un giornale italiano difendendo le sue scelte, rivendicando con orgoglio il suo ruolo di motore del cambiamento, il contributo che offre all’economia, ma ammettendo anche di aver creato non pochi problemi. Lo fa col vicepresidente Carlo D’Asaro Biondo, uno dei suoi quattro capi area mondiali (è responsabile per l’Europa meridionale, centrale e orientale, la Russia, il Medio Oriente e l’Africa) che, come dice lui stesso, «essendo arrivato in azienda da soli nove mesi dopo altre esperienze professionali anche nell’editoria, ragiona da manager del gruppo ma vede le cose anche con l’occhio di chi è fuori».<br />
<strong>Giudizi esterni che non sono più così entusiastici. L’azienda che ha il «fare del bene» come sua ragione sociale è diventata una straordinaria macchina che cresce e fa profitti, offre tecnologie innovative, ma poi viola la <em>privacy</em>, mette in allarme coi suoi comportamenti monopolistici gli organismi Antitrust di mezzo mondo, gioca a rimpiattino col Fisco.</strong><br />
«I problemi sono tanti. Andiamo con ordine. Premesso che noi siamo un’azienda molto orientata a soddifare il cliente &#8211; e i nostri utilizzatori ci sembrano assai soddisfatti di quello che offriamo loro &#8211; non ho difficoltà a riconoscere che problemi ce ne sono. Anche noi abbiamo fatto i nostri sbagli. Sicuramente, ad esempio, con le impostazioni iniziali di condivisione dei contatti di Gmail attraverso la rete sociale Buzz o quando abbiamo involontariamente registrato dati privati mentre sviluppavamo, strada per strada, il progetto Street View per Google Maps. Ma guardiamo anche di cosa stiamo parlando: la <em>privacy.</em> Va certamente protetta, ma cos’è? E’ un concetto in piena evoluzione. Per me che ho 44 anni è una cosa importante, per mio padre ancora di più; mia figlia, che di anni ne ha 20, se ne cura molto meno&#8221;. &#8211; Ci sono le sensibilità individuali e dei gruppi e ci sono i paletti. Non può essere un’azienda a decidere se e quando spostarli: abbiamo norme e processi politici per cambiarle. “Certo, ma le leggi sono molto diverse da un Paese all’altro. La Francia, dove vivo, difende la “privacy” con molto più vigore di altri Paesi europei. L’Europa la difende più degli Usa, ma non è solo questo. In Russia o in Medio Oriente la “privacy” è una cosa totalmente diversa. E anche se mi fermo alla Turchia, trovo governanti che mi chiedono di cancellare da YouTube ogni video che contiene critiche al padre fondatore Ataturk e all’attuale esecutivo. Un’azienda globale come la nostra, in questo contesto, cerca un minimo denominatore comune. E’ inevitabile che in questo processo si creino frizioni”.<br />
<strong>E’ vero che ci sono Paesi che utilizzano il concetto di privacy per attuare vere censure, ma non è il caso dell’Europa. E invece nel processo di Milano, risoltosi con la condanna di Google (condanna peraltro mite secondo i parametri del nostri sistema giudiziario) le reazioni sono state furibonde. E’ stata evocata la censura, è sceso in campo l’mbasciatore americano e la sentenza è stata giudicata «merda» dal vosto amministratore delegato, Eric Schmidt.</strong><br />
«Io credo che bisogna lasciare che i tribunali facciano il loro lavoro. Non si può dire c’è un giudice e poi volersi mettere al suo posto. Io non faccio il giudice, faccio l’operatore economico. Poi, se non sono pronto a rispettare i giudici, forse faccio un errore».<br />
<strong>E la sortita di Schmidt? </strong><br />
«Non ho visto quella dichiarazione nella sua integrità, non so in quale contesto ha parlato. Comunque noi faremo appello. Non sta a me commentare i processi. Però sulla <em>privacy</em> mi faccia anche dire qualcosa di costruttivo. Negli ultimi 18 mesi noi, sul rispetto della persona, abbiamo fatto passi in avanti enormi: vada su Internet e clicchi sul nostro <em>privacy center </em>nella <em>home page</em>. Ci sono molte opzioni, tutte facili da capire e da usare per proteggere i figli, escludere i propri dati dalla comunicazione pubblicitaria «targettizzata», modellata sul proprio profilo personale. E ogni mese mettiamo nuovi strumenti a disposizione dell’utente. Detto questo, quello della <em>privacy</em> è sicuramente un concetto da ridefinire. Ci sono aggregati di persone che hanno sensibilità e interessi diversi. Per mia figlia i benefici della conoscenza in rete sono molto superiore ai rischi che ne possono derivare».<br />
<strong>Ammesso che sia vero, come ci si può fidare del giudizio di un’azienda che fa soldi offrendo pubblicità mirata, basata sui dati degli individui, i profili personali e che quindi ha un interesse oggettivo a demolire il concetto di “privacy”, più che ad aggiornarlo? Guardi cosa ha combinato Zuckerberg a Facebook. E mi pare che per voi si prepari un’estate piuttosto calda, anche dal punto di vista delle iniziative delle “authority” Usa, sia da questo punto di vista, sia da quello dei controlli antitrust.</strong><br />
«E’ vero. E noi non ci sottrarremo a quest’opera di supervisione. E’ normale che i nostri comportamenti vengano scrutinati. Non entro nel merito di indagini e valutazioni in corso. Dico solo che noi ci comportiamo in modo diverso da Facebook. Ci siamo dati regole e limiti assai più severi».<br />
<strong>Non è solo “privacy”, c’è anche il gigante che approfitta della sua forza, di posizioni semimonopolistiche per distruggere intere aree di business. C’è il potere di far sparire, se solo lo volete, un’azienda dal vostro “page rank” condannandola all’oblìo.</strong><br />
«Questione di punti di vista. Per voi della stampa che ci attaccate sempre con tanto puntiglio – e lo capisco, visto che il vostro è uno dei settori che più soffrono per le trasformazioni in atto &#8211; il bicchiere è più vuoto che pieno. Secondo me, invece, è pieno per almeno i due terzi. Di certo non è vuoto: Google cresce perché porta valore alle imprese sue clienti, perché consente a milioni di piccole aziende – decine di migliaia solo in Italia – di operare a livello mondiale, anche se le loro dimensioni le costringerebbero a restare a livello di realtà locale. Mettiamo tutti in contatto con tutti, assicuriamo traduzioni automatiche in 40 lingue, creiamo nuovi accessi alla cultura, redistribuiamo ricchezza. Cito un solo dato. Si riferisce al 2008, non ho ancora quello del 2009: su 22 miliardi di fatturato Google, 5,5, cioè un quarto, sono andati a nostri partner produttori di contenuti. E poi collaboriamo coi governi. In Russia – arrivo proprio da lì – stiamo costruendo, con Cisco e altri, la loro Silicon Valley; in Polonia guidiamo il programma per l’innovazione nelle piccole e medie imprese».<br />
<strong>Questo è il “santino” di Google, quello del suo vecchio slogan “don’t be evil”. Ma l’azienda simpatica a tutti, il Davide che sfidava il Golia Microsoft, non c’è più. Davide è diventato Golia: un semimonopolio al posto del capitalismo immacolato dell’utopia dei fondatori.</strong><br />
«A costo di farla sorridere le dirò che, da matricola di Google, sono io stesso sorpreso, quando vado nel quartier generale di Mountain View, nel vedere quanto quella filosofia del non fare del male sia stata interiorizzata dalla dirigenza. E’ un patrimonio al quale tutti ancor oggi tengono molto. Attenzione: non dico che tutto quello che facciamo è giusto. Davanti a dubbi o sospetti è giusto indagare. Le autorità fanno il loro lavoro, noi dobbiamo essere sereni. Non mi pare, del resto, che siano emersi comportamenti illeciti di qualche rilievo. E, comunque, adesso abbiamo introdotto un nuovo livello di trasparenza sui contratti con i partner AdSense, quelli che ospitano i nostri annunci pubblicitari. Il «fare del bene», però, non è solo uno slogan. Le dico della mia esperienza: quando chiudo un accordo con un’impresa, la sera, tornando a casa, sento di aver fatto la cosa giusta, una cosa che crea ricchezza. Prima non succedeva. Lo sa perché? Perché qui possono fare i calcoli, per la prima volta ho i numeri. Ho una nuova tecnologia che mi offre questo vantaggio».<br />
<strong>Una tecnologia che vi dà una grande forza grazie alla leadership mondiale nel “search” e alla gigantesca raccolta pubblicitaria. Forza che spesso usate per entrare in nuovi business, demolendo ciò che esiste.</strong><br />
«Crescendo, come le dicevo, diventiamo meno aggressivi. Certo, poi le nuove tecnologie consentono di rivoluzionare molti “business model”. E quando c’è una rivoluzione, come sempre, chi soffre di più è l’aristocrazia, chi ha posizioni consolidate. Qui il discorso si fa delicato perché riguarda anche voi, la stampa».<br />
<strong>Voi siete sicuramente grandi innovatori, ma non giocate sempre in modo trasparente. Alcuni business li demolite non perché siete pià efficienti ma perché potete permettervi di offrire servizi gratis: il relativo costo lo coprite coi proventi pubblicitari raccolti in altri settori. Chi viene sbattuto fuori perché non ha le stesse vostre possibilità e dimensioni, parla di concorrenza sleale. E poi state cannibalizzando le telecomunicazioni. </strong><br />
«Le ho detto, nelle rivoluzioni c’è sempre chi soffre. Quanto alle telecomunicazioni, le ha messe in crisi la tecnologia delle telefonate su protocollo Internet. Skype assai prima di Google. Certo, noi adesso siamo arrivati col nostro sistema operativo, Android. Che, a differenza di quelli della Apple, è un sistema aperto: quindi le società telefoniche, che ormai devono guadagnare col traffico dati, non certo con la voce, possono utilizzarlo per offrire ai loro clienti nuovi servizi. Si lamentano perchè devono investire in reti sulle quali, poi, transitano anche i nostri dati? Anche noi investiamo molto in hardware, server e “cloud computing” che non va a nostro esclusivo beneficio«.<br />
<strong>E veniamo alla stampa. La schiacciate con la logica del “tutto gratis” e anche atomizzando l’informazione col conseguente indebolimento dell’attenzione per il prodotto giornale. Vi presentate come partner, ma poi guadagnate sulle informazioni prodotte da altri. E’ da quando sono stato la prima volta a Mountain View, cinque anni fa, che cerco di capire cosa siete: una semplice “pipeline” che trasporta contenuti altrui? Una piattaforma? Una “media company” di fatto? A seconda di chi è il tuo interlocutore ricevi risposte diverse.</strong><br />
«Non so se ci sia stata confusione in passato. Ora la risposta è chiara. Siamo una piattaforma. Google News non è una nave pirata: chi è a bordo ha scelto di starci. E noi, ormai, offriamo loro un bel ventaglio di opzioni: notizie gratis per tutti, accessi limitati ad alcuni articoli o solo alle prime righe, rinvio a sistemi di pagamento flessibili. Certo, l’arrivo di Internet vi ha creato problemi, le difficoltà per la stampa sono iniziate assai prima della nascita di Google. Le ho detto, l’aristocrazia soffre&#8230;»<br />
<strong>Mi sembrava che nel processo di maturazione di Google ci fosse anche questo: riconoscere il valore di una stampa professionale ben funzionante per mantenere in salute la democrazia. Da Barack Obama a Steve Jobs, molti ormai dicono di non voler vivere in un mondo che dipende, per l’informazione, dai blog. Anche Schmidt mi sembrava ormai orientato in questo senso. Alla fine, però, trattate la stampa come qualunque altro erogatore di servizi</strong>.<br />
«No, no. Il futuro della stampa ci interessa, eccome. E non solo a me che vengo dal mondo dell’editoria (D’Asaro è stato capo del gruppo Lagardere-Hachette, ndr). Noi stiamo facendo molto per aiutarvi a migliorare la raccolta pubblicitaria, a trovare nuove, redditizie nicchie. Certo, dovete capire anche voi che il futuro è quello della pubblicità “targettizzata”. E’ anche nel vostro interesse. Così come noi abbiamo capito era un errore imporre la logica del “tutto gratis”. E’ vero, la pubblicità non basta a sostenere il costo di un sistema editoriale complesso. E ora noi siamo pronti a fornire anche servizi in questo campo, piattaforme di pagamento. Certo, l’editoria dove convincersi che in prospettiva non è sostenibile un modello di business nel quale il 50-70 per cento dei costi è assorbito dalla produzione e distribuzione del prodotto fisico di carta, mentre alla produzione giornalistica dei contenuti va il 15, massimo 20 per cento delle risorse. Rispetto a quando sono arrivato, nell’autunno scorso, mi pare che questa consapevolezza si stia diffondendo rapidamente».<br />
<strong>Merito dell’iPad del vostro avversario Jobs? </strong><br />
«Arriveranno molte altre piattaforme tecnologiche. E’ questo il futuro. Per un po’ soffrirete, ma l’informazione professionale troverà la sua strada: la pubblicità crescerà in modo esponenziale e i costi caleranno man mano che ridurrete la dipendenza dalla carta».<br />
<strong>Di nuovo Google “buona” che aiuta e apre la strada. Io vedo, però, anche la multinazionale spietata che ha l’interesse oggettivo a che ogni utente si soffermi su una pagina il meno possibile, non approfondisca troppo, perché fatturato e profitti dipendendo dalla frequenza con la quale ognuno usa il suo click. Una società che predica il bene, ma poi si rifugia in Irlanda per non pagare le tasse… </strong><br />
«Sui click mi fa una bella domanda. Rispondere implica un’analisi dei comportamenti sociali molto complessa. Mi limito a farle notare che in alcune situazioni, ad esempio nella diffusione dei libri, abbiamo dimostrato si saper prescindere dal vincolo dei click, dalla logica del profitto a ogni costo. Quanto alle tasse, noi ci limitiamo ad applicare le leggi esistenti. Se la Ue ha deciso di concedere benefici in campo agricolo, industriale o fiscale a certe aree, noi, come molte altre imprese, ci comportiamo di conseguenze. Se la Ue decide che il valore aggiunto va tassato tenendo conto in modo diverso del luogo di produzione e distribuzione, noi siamo pronti ad adeguarci. Basta deciderlo. Faccio solo notare che, a differenza di aziende anche pubbliche di vari Paesi con sede a Lussemburgo, dove hanno solo una casella postale, noi eroghiamo i servizi dall’Irlanda dove abbiamo migliaia di dipendenti: dieci volte quelli che abbiamo qui, in Francia». Parole efficaci. Quelle di una multinazionale apolide, non di un benefattore dell’umanità.</p>
<p>da: corriere.it</p>
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		<title>Newspass: così Google farà pagare le notizie online</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 07:10:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Capisco l’irritazione di tutti quegli utenti che inorridiscono all’idea che gli stessi contenuti che oggi sfogliano gratuitamente online possano diventare un giorno a pagamento, ma in fondo questo è ciò che avrebbe dovuto essere l’editoria digitale fin da principio. Prima cioè che gli editori cedessero alle tentazioni della link economy regalando tutto o quasi ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Capisco l’irritazione di tutti quegli utenti che inorridiscono all’idea che gli stessi<strong> contenuti</strong> che oggi sfogliano gratuitamente online possano diventare un giorno <strong>a pagamento</strong>, ma in fondo questo è ciò che avrebbe dovuto essere l’editoria digitale fin da principio. Prima cioè che gli <strong>editori </strong>cedessero alle tentazioni della link economy regalando tutto o quasi ai propri lettori.</p>
<p>Certo, ora che il modello del “tutto gratis” ha avuto tempo e modo di consolidarsi nel dna di tutti gli utenti Web, cambiare è più difficile. Ma l’uscita dell’<strong>iPad</strong> e soprattutto l’affermazione delle <strong>Apps</strong> dimostrano che c’è ancora spazio per portare il mercato editoriale online a una dinamica “tradizionale”, in cui c’è un’offerta che vende i suoi “beni” e una domanda pronta ad acquistarli. E poi ci sarebbero le ricerche: che dicono che <strong>un terzo degli utenti è disposto a pagare</strong> per avere contenuti elettronici di qualità.</p>
<p>Resta da capire come scardinare una <strong>barriera culturale</strong> ormai granitica e il problema di <strong>Google</strong>, il “ladro di notizie” (la definizione è di Rupert Murdoch) che attraverso<strong> Google News</strong> aggrega i contenuti altrui scavalcando i “recinti” degli editori.</p>
<p>Se sul piano culturale ci sarà molto da lavorare (per molti l’idea di pagare per leggere una notizia online equivale a una tassa sul rubinetto dell’acqua fredda), per ciò che riguarda Google la soluzione potrebbe essere più vicina. Secondo il quotidiano Repubblica, BigG starebbe già lavorando per portare al debutto entro fine anno un <strong>sistema di pagamento integrato nel motore di ricerca</strong> che permetterà agli editori di monetizzare gli articoli filtrati da Google News. Una sorta di <strong>borsellino elettronico</strong> (basato su <a href="http://news.google.it/" target="_blank">Google Checkout</a>)  perfettamente integrato dentro al più famoso aggregatore di notizie online e attraverso il quale gli utenti potranno <strong>acquistare in un solo clic</strong> i contenuti di tutte le testate online che aderiscono al programma.</p>
<p>Intendiamoci, siamo ancora lontani da un <strong>modello di business</strong> di successo, ma un sistema di pagamento snello e rapido già integrato all’interno di una <strong>piattaforma editoriale</strong> rappresenta un primo e importantissimo passo per lo sviluppo di un meccanismo di compra-vendita delle notizie al passo coi tempi. Capace cioé di non scoraggiare l’utente buttandolo fuori dal sito in cui stava navigando e obbligandolo a mettere mano alla carta di credito per effettuare una transazione lunga e complessa. Insomma Google Newspass, punta al modello delle micro-transazioni tipiche dei <strong>supermercati delle applicazioni</strong> tanto in voga sugli <strong>smartphone</strong> di ultima generazione, che proprio sulla semplicità dei pagamenti hanno fondato il proprio successo.</p>
<p>Oltre a fare “felici” gli <strong>editori</strong> (compresi quelli italiani che tramite la Fieg hanno già messo Google davanti al banco dell’Antitrust per abuso di posizione dominante), Google Newspass potrebbe diventare un’alternativa ad <strong>Apple</strong> e al suo modello di consumo recintato dei contenuti. Un’alternativa più aperta rispetto alle Apps della Mela, e soprattutto indipendente dal <strong>tipo di device</strong> dal quale si leggono le notizie: sia che si tratti di notebook, piuttosto che di tablet o cellulare, Google Newspass scommette sul rapporto fra notizia e utente e non su quello fra utente e dispositivo.</p>
<p>Ma siamo proprio sicuri che gli <strong>utenti</strong> siano contenti di questa trovata? Mi sento di tranquillizzare gli amanti del web libero: le vie di Internet sono infinite e ci sarà sempre il modo (legale e non) di reperire contenuti a costo zero. Il modello che si è affermato<strong> sul versante musicale</strong> ha molto da insegnare in questo senso. Nonostante la chiusura di Napster e dei suoi fratelli, oggi chi vuole scaricare musica senza spendere un cent sa bene come fare. D’altro canto, però, c’è una buona fetta di utenza che è disposta a pagare <strong>99 centesimi su iTunes</strong> per avere contenuti legali, ben confezionati e soprattutto immediati. In altre parole, per molti utenti 99 centesimi sono un investimento ragionevole per evitare la trafila e i rischi di un download selvaggio.</p>
<p>Naturalmente, perché lo stesso meccanismo possa essere trapiantato in campo editoriale sono necessarie due condizioni. La prima è che il fronte degli editori si presenti compatto all’appuntamento: va da sè che se il cambiamento verrà attuato solo da una parte di loro gli utenti non saranno stimolati a cambiare le loro abitudini. La seconda riguarda la <strong>politica dei prezzi</strong>. Gli editori dovranno essere attenti a calibrare le proprie tariffe proprio come fanno i commercianti online con i beni fisici. Significa trovare un equilibrio fra costo del singolo articolo e volumi di vendite.</p>
<p>Tenendo presente che un <strong>metro di riferimento</strong> c’è già ed è rappresentato dai costi dei giornali cartacei: se un quotidiano ad esempio costa un euro e contiene centinaia di notizie, quanto sarà disposto a pagare un utente per la lettura di una singola notizia online?</p>
<p>da: blog.panorama.it</p>
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		<title>Arriva lo sfondo, Google cambia look</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/06/10/arriva-lo-sfondo-google-cambia-look/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 13:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Web]]></category>
		<category><![CDATA[google]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina gli utenti italiani di Google si sono svegliati con una grande sorpresa. Chi ha aperto l’home page del motore di ricerca ha strabuzzato gli occhi: la storica pagina bianca con il logo in quadricromia ha lasciato spazio a uno sfondo multicolore. Nessun bug, né un attacco hacker: si tratta della nuova mossa del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina gli utenti italiani di Google si sono svegliati con una grande sorpresa. Chi ha aperto l’<a href="http://www.google.it/">home page del motore di ricerca</a> ha strabuzzato gli occhi: la storica pagina bianca con il logo in quadricromia ha lasciato spazio a uno sfondo multicolore. Nessun bug, né un attacco hacker: si tratta della nuova mossa del gigante di Mountain View.</p>
<p>Per gli utenti registrati con un account Google è disponibile la nuova funzionalità che permette di personalizzare lo sfondo. Si può scegliere tra circa 40 immagini predefinite, fotografie di servizi di content sharing come Picasa o scatti uploadati dal proprio computer. Il motore di ricerca cambia dunque look a seconda dell’utente. Chi riteneva il bianco naif, che ha fatto la storia e la fortuna di Google, troppo anonimo potrà ora sfoggiare panoramiche naturali mozzafiato o la classica foto della propria famiglia sull&#8217;home page del motore di ricerca. Ma il bianco, colore simbolo di Google, non scomparirà: la scritta che &#8220;galleggerà&#8221; nel mare cromatico scelto dagli utenti sarà sempre bianca.</p>
<p>Il tutto con la semplicità tipica di Mountain View. Un paio di clic e il gioco è fatto: è sufficiente cliccare, sotto la barra di ricerca, sulla voce “Aggiungi la tua immagine di sfondo” per stravolgere la grafica tradizionale. Una trovata di marketing che lancia la sfida a Bing, il motore di ricerca di Microsoft e unico competitor di Google, che offriva da tempo la possibilità di personalizzare lo sfondo.</p>
<p>Nei mesi scorsi la funzionalità era già disponibile in versione beta per alcuni utenti negli Stati Uniti e già gmail, il servizio di posta elettronica di Google, presentava la funzionalità di modificare lo sfondo.</p>
<p>da: lastampa.it</p>
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		<title>Il primato di Internet Explorer? Una questione di sicurezza</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 14:19:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>
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		<description><![CDATA[Non poteva esserci occasione migliore dell’annuncio della partnership con la Federazione Italiana Vela (Fiv) per avere da Microsoft Italia qualche ragguaglio sul mondo della navigazione (quella Web) in Italia e in particolare sul rapporto fra utenti e browser.
Silvia Candiani, General Manager divisione Consumer &#038; Online di Microsoft Italia ha sottolineato il ruolo chiave della sicurezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non poteva esserci occasione migliore dell’annuncio della partnership con la Federazione Italiana Vela (Fiv) per avere da Microsoft Italia qualche ragguaglio sul mondo della navigazione (quella Web) in Italia e in particolare sul rapporto fra utenti e browser.</p>
<p>Silvia Candiani, General Manager divisione Consumer &#038; Online di Microsoft Italia ha sottolineato il ruolo chiave della sicurezza nella scelta del browser, un aspetto che secondo gli ultimi dati Nextplora è secondo solo alla velocità (20% contro 26%) nella lista dei desiderata dei navigatori.</p>
<p>Che le minacce informatiche stiano condizionando sempre di più la navigazione su Internet, del resto, è ormai sotto gli occhi di tutti. Secondo l’ultimo rapporto Microsot Security Intelligence Report, nel nostro Paese ci sono 32 siti di phishing ogni 100.000 (erano meno di dieci lo scorso anno) e 12 siti infetti ogni 100.000 (contro i 2,6 rilevati nel report precedente). La frode informatica si nasconde soprattutto nei siti di tipo finanziario, responsabili da soli di quasi il 90% degli attacchi di phishing, anche se sono le esche di tipo “social” ad adescare più facilmente gli utenti.</p>
<p>Dinnanzi a tanta “cattiveria” informatica Microsoft risponde con Internet Explorer 8, ultimo aggiornamento dello storico browser lanciato nel 1995, rinvigorito da alcune funzionalità (filtro anti-phishing, evidenziazione del dominio, InPrivate browsing) dedicate proprio alla sicurezza Web. Una cura che ha fatto molto bene al browser della “e” azzurra, che secondo l’istituto di analisi indipendente Nss Labs è davanti a tutti in quanto a misure di contrasto al phishing e al malware; e che permette a Microsoft di restare in cima alle preferenze degli utenti (Explorer è il browser predefinito per 6 utenti su 10), nonostante il crollo di Explorer 6 e l’avvento del famigerato ballot screen.</p>
<p>“L’attenzione alla sicurezza ha premiato i nostri sforzi”, sottolinea Silvia Candiani, “e dimostra che anche di fronte alla scelta certi valori persistono”.</p>
<p>Nel frattempo continua il lavoro di sviluppo su Internet Explorer 9, mostrato lo scorso mese in una nuova anteprima. Microsoft ha già fatto capire di voler puntare sulla velocità e sulla compatibilità con in nuovi standard, Html5 compreso. Ma di non voler forzare i tempi di uscita: i risultati dell’attuale release non impongono alla società di spingere sull’acceleratore come invece successo in passato. Almeno per il momento.</p>
<p>da:blog.panorama.it</p>
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		<title>Google Earth: ora anche Firenze e Venezia sono in 3D</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 12:53:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per le peculiarità urbanistiche e per l’inestimabile patrimonio artistico, Venezia e Firenze sono considerate tra le più belle città al mondo.
Dopo l’imponente ricostruzione in 3d su Google Earth di oltre 5 mila edifici di Milano, anche la “Serenissima” e la “Città dei Medici” sono ora visitabili grazie al software di Google che permette di sorvolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per le peculiarità urbanistiche e per l’inestimabile patrimonio artistico, Venezia e Firenze sono considerate tra le più belle città al mondo.<br />
Dopo l’imponente ricostruzione in 3d su Google Earth di oltre 5 mila edifici di Milano, anche la “Serenissima” e la “Città dei Medici” sono ora visitabili grazie al software di Google che permette di sorvolare tutta la terra e osservare immagini satellitari, mappe, terreno ed edifici 3D.</p>
<p>Di queste due celebri città d’arte italiane è ora possibile ammirare piazze, monumenti e palazzi: sono più di 16 mila gli edifici di Firenze e più di 17 mila quelli di Venezia, ricostruiti fino nei minimi dettagli. Per visitarle è sufficiente attivare il layer di Google Earth “edifici in 3d”, un livello tematico sovrapponibile alle rappresentazioni geospaziali offerte dall’applicazione di Google e disponibile nel pannello di navigazione del software.</p>
<p>Come fare: una volta scaricato il software Google Earth sul proprio PC (dal link: earth.google.it), per accedere alla ricostruzione 3d della città basta digitare il nome della città d’interesse sul pannello di navigazione e selezionare “edifici 3D”.<br />
In questo modo sarà possibile fare zoom sull’immagine, cambiare l’inquadratura o ruotare la città con un semplice click del mouse.<br />
I modelli tridimensionali sono, per la maggior parte, generati da Google, ma includono anche svariati modelli originati da utenti. E’ possibile, infatti, creare direttamente gli edifici in 3D con uno strumento ad hoc, il “modellatore” di uffici in 3D.</p>
<p>da: blog.panorama.it</p>
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		<title>Google: via pc Windows da uffici</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 14:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google sta togliendo i computer con sistema operativo Windows dai suoi uffici in una mossa volta a limitare i rischi di attacchi informatici. Lo scrive il Financial Times, che cita le dichiarazioni di alcuni dipendenti.
La direttiva di passare ad altri sistemi operativi &#8211; il Mac della Apple o Linux &#8211; e&#8217; partita a gennaio, dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google sta togliendo i computer con sistema operativo Windows dai suoi uffici in una mossa volta a limitare i rischi di attacchi informatici. Lo scrive il Financial Times, che cita le dichiarazioni di alcuni dipendenti.</p>
<p>La direttiva di passare ad altri sistemi operativi &#8211; il Mac della Apple o Linux &#8211; e&#8217; partita a gennaio, dopo il cyber-attacco originato dalla Cina. La decisione potrebbe realmente porre fine all&#8217;uso di Windows nelle sedi di Google, che conta oltre 10 mila impiegati nel mondo.</p>
<p>da:ansa.it</p>
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		<title>Zuckerberg: abbiamo sbagliato, rimedieremo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 07:53:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Web]]></category>
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		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Abbiamo commesso degli errori&#8221;: così il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha riassunto gli ultimi mesi del social network in blu, su cui sono piovute addosso critiche da più parti a causa della gestione della privacy degli utenti, secondo molti non sempre tutelati a dovere. Ora l&#8217;ex studente di Harvard ha confermato la propria volontà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Abbiamo commesso degli errori&#8221;: così il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha riassunto gli ultimi mesi del social network in blu, su cui sono piovute addosso critiche da più parti a causa della gestione della privacy degli utenti, secondo molti non sempre tutelati a dovere. Ora l&#8217;ex studente di Harvard ha confermato la propria volontà di mettere ordine sulla piattaforma da lui creata nel 2004, per riguadagnarsi la fiducia dei netizen.</p>
<p>In uno scambio di mail con Robert Scoble, techican evangelist statunitense, Zuckerberg ha ammesso i suoi errori sottolineando che la volontà sua e dei suoi colleghi era e rimane quella di creare un prodotto sempre migliore: &#8220;Spero che la gente capisca che abbiamo agito con le migliori intenzioni &#8211; ha scritto &#8211; e che teniamo molto ai feedback degli utenti&#8221;. L&#8217;ultima frase in particolare è volta a spazzare via le voci secondo cui i commenti negativi agli annunci dello staff di Facebook venissero accuratamente cancellati in modo da mostrare una situazione di generale consenso.</p>
<p>Nonostante le peripezie sono ancora in molti a sostenere che l&#8217;approccio innovativo di Facebook sia quello giusto, dettato dall&#8217;implementazione frenetica di nuove feature da regolare successivamente secondo quello che si ritiene essere il giudizio della community. Uno di questi è Steve Ballmer che ha posizionato Zuckerberg nella schiera dei &#8220;bravi ragazzi&#8221; benedicendone l&#8217;operato. Rispondendo ad alcuni reporter su questioni inerenti la privacy, il CEO di Microsoft ha dichiarato che &#8220;con tutte le opportunità, gli argomenti che ci interessano e l&#8217;evoluzione delle cose è necessario lavorare duramente per non creare più problemi di quelli che possiamo risolvere&#8221;.</p>
<p>Dunque nei prossimi giorni, stando a quanto promesso da Zuckerberg, i 400 milioni di utenti Facebook assisteranno alle prime fasi del processo di semplificazione della gestione della privacy. Nelle ultime due settimane sono stati consultati esperti in materia e sono state saggiate le reazioni della community, in particolare dopo l&#8217;innesto di Open Graph. In un annucio ufficiale, anticipato in parte dalla lettera di Zuckerberg, viene spiegato che &#8220;a breve verranno apportati dei cambiamenti&#8221; e che &#8220;gli utenti apprezzano le ultime novità introdotte ma pretendono un interazione più semplice con esse&#8221;.</p>
<p>È ancora presto per capire quali saranno gli effetti di questi provvedimenti, ufficiali e non, soprattutto visto il crescente interessamento dei governi, in particolare quello USA, per verificare l&#8217;effettiva tutela della privacy da parte dei responsabili di Palo Alto. C&#8217;è però chi è convinto che queste vicissitudini saranno presto dimenticate e che Facebook continuerà a macinare utenti e record affermandosi sempre più come unità fondante dell&#8217;esperienza Web dei nativi digitali.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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