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	<title>orbitaweb.it &#187; google</title>
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		<title>Google: riparte battaglia per aggirare censura cinese</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 12:37:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riaprendo una polemica sulla censura in corso dall&#8217; inizio dell&#8217; anno, Google ha annunciato oggi che cerchera&#8217; di restare sul promettente mercato cinese cambiando il modo di accesso ai suoi servizi dopo che quello in vigore da aprile e&#8217; risultato inaccettabile per le autorita&#8217; di Pechino. In un intervento sul suo blog il capo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riaprendo una polemica sulla censura in corso dall&#8217; inizio dell&#8217; anno, Google ha annunciato oggi che cerchera&#8217; di restare sul promettente mercato cinese cambiando il modo di accesso ai suoi servizi dopo che quello in vigore da aprile e&#8217; risultato inaccettabile per le autorita&#8217; di Pechino. In un intervento sul suo blog il capo del dipartimento legale del gruppo informatico di Mountain View, David Drummond, afferma che dopo &#8221;una serie di conversazioni con funzionari cinesi appare chiaro che essi non ritengono accettabile&#8221; il metodo usato negli ultimi mesi. Dalla chiusura in aprile del suo sito in cinese Google.cn, gli utenti cinesi del motore di ricerca americano vengono inviati direttamente sul sito Google di Hong Kong (google.com.hk), che non e&#8217; sottoposto alla censura delle autorita&#8217; di Pechino.</p>
<p>La nuova fase della &#8221;guerra&#8221; tra Google e il governo cinese si e&#8217; aperta perche&#8217; domani scade la licenza che permette a Google di operare in Cina e la compagnia deve fare una richiesta di proroga alle autorita&#8217;. Drummond ha precisato che nella situazione attuale &#8221;&#8230;la nostra licenza di Internet Content Provider (Icp) non verra&#8217; rinnovata&#8221;. &#8221;Senza una licenza Icp &#8211; ha aggiunto il capo dei legali di Google &#8211; non possiamo gestire un sito come Google.cn e Google sparirebbe dalla Cina&#8221;. La soluzione proposta da Google e&#8217; un nuovo sito web, gia&#8217; accessibile dalla Cina, dal quale non e&#8217; possibile fare ricerche ma e&#8217; possibile accedere al sito Google di Hong Kong (Google.com.hk), facendone richiesta. Questa soluzione, afferma Drummond, permette a Google di rispettare il proprio impegno a non sottoporsi alla censura cinese rispettando allo stesso tempo le leggi del Paese. Il rinnovo della licenza Icp verra&#8217; chiesto per questo nuovo sito.</p>
<p>Non e&#8217; chiaro se questa soluzione sara&#8217; accettabile per le autorita&#8217; cinesi. Rispondendo oggi ad una domanda in una conferenza stampa a Pechino, il portavoce del ministero degli esteri Qin Gang ha sostenuto di non conoscere le intenzioni di Google e si e&#8217; limitato a riaffermare che la Cina &#8221;&#8230;sostiene lo sviluppo di Internet in accordo con le leggi del Paese&#8221;. In Cina la censura blocca l&#8217; accesso ad una serie di siti ritenuti politicamente scomodi dal governo, come quelli dei dissidenti in esilio o dei gruppi filo-tibetani, e alle reti di comunicazione sociale come Facebook, Youtube e Twitter. Google ha deciso di chiudere il suo sito in cinese dopo aver scoperto che gli account di posta elettronica di alcuni dei suoi clienti, dissidenti cinesi e attivisti dei gruppi umanitari, avevano subito attacchi informatici provenienti dalla Cina. In seguito a questi avvenimenti Google ha perso posizioni sul mercato cinese, che con 400 milioni di utenti e&#8217; il piu&#8217; vasto del mondo, a beneficio del suo principale concorrente, il locale Baidu.com.</p>
<p>da:ansa.it</p>
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		<title>«Google, nuovo monopolista rapace? No, crescendo impariamo a cooperare</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 07:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Abbiamo certamente fatto degli errori, ma siamo un’azienda giovane, abbiamo una decina d’anni. Crescendo, diventiamo meno aggressivi e più collaborativi». Per la prima volta Google risponde a tutto campo a un giornale italiano difendendo le sue scelte, rivendicando con orgoglio il suo ruolo di motore del cambiamento, il contributo che offre all’economia, ma ammettendo anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Abbiamo certamente fatto degli errori, ma siamo un’azienda giovane, abbiamo una decina d’anni. Crescendo, diventiamo meno aggressivi e più collaborativi». Per la prima volta Google risponde a tutto campo a un giornale italiano difendendo le sue scelte, rivendicando con orgoglio il suo ruolo di motore del cambiamento, il contributo che offre all’economia, ma ammettendo anche di aver creato non pochi problemi. Lo fa col vicepresidente Carlo D’Asaro Biondo, uno dei suoi quattro capi area mondiali (è responsabile per l’Europa meridionale, centrale e orientale, la Russia, il Medio Oriente e l’Africa) che, come dice lui stesso, «essendo arrivato in azienda da soli nove mesi dopo altre esperienze professionali anche nell’editoria, ragiona da manager del gruppo ma vede le cose anche con l’occhio di chi è fuori».<br />
<strong>Giudizi esterni che non sono più così entusiastici. L’azienda che ha il «fare del bene» come sua ragione sociale è diventata una straordinaria macchina che cresce e fa profitti, offre tecnologie innovative, ma poi viola la <em>privacy</em>, mette in allarme coi suoi comportamenti monopolistici gli organismi Antitrust di mezzo mondo, gioca a rimpiattino col Fisco.</strong><br />
«I problemi sono tanti. Andiamo con ordine. Premesso che noi siamo un’azienda molto orientata a soddifare il cliente &#8211; e i nostri utilizzatori ci sembrano assai soddisfatti di quello che offriamo loro &#8211; non ho difficoltà a riconoscere che problemi ce ne sono. Anche noi abbiamo fatto i nostri sbagli. Sicuramente, ad esempio, con le impostazioni iniziali di condivisione dei contatti di Gmail attraverso la rete sociale Buzz o quando abbiamo involontariamente registrato dati privati mentre sviluppavamo, strada per strada, il progetto Street View per Google Maps. Ma guardiamo anche di cosa stiamo parlando: la <em>privacy.</em> Va certamente protetta, ma cos’è? E’ un concetto in piena evoluzione. Per me che ho 44 anni è una cosa importante, per mio padre ancora di più; mia figlia, che di anni ne ha 20, se ne cura molto meno&#8221;. &#8211; Ci sono le sensibilità individuali e dei gruppi e ci sono i paletti. Non può essere un’azienda a decidere se e quando spostarli: abbiamo norme e processi politici per cambiarle. “Certo, ma le leggi sono molto diverse da un Paese all’altro. La Francia, dove vivo, difende la “privacy” con molto più vigore di altri Paesi europei. L’Europa la difende più degli Usa, ma non è solo questo. In Russia o in Medio Oriente la “privacy” è una cosa totalmente diversa. E anche se mi fermo alla Turchia, trovo governanti che mi chiedono di cancellare da YouTube ogni video che contiene critiche al padre fondatore Ataturk e all’attuale esecutivo. Un’azienda globale come la nostra, in questo contesto, cerca un minimo denominatore comune. E’ inevitabile che in questo processo si creino frizioni”.<br />
<strong>E’ vero che ci sono Paesi che utilizzano il concetto di privacy per attuare vere censure, ma non è il caso dell’Europa. E invece nel processo di Milano, risoltosi con la condanna di Google (condanna peraltro mite secondo i parametri del nostri sistema giudiziario) le reazioni sono state furibonde. E’ stata evocata la censura, è sceso in campo l’mbasciatore americano e la sentenza è stata giudicata «merda» dal vosto amministratore delegato, Eric Schmidt.</strong><br />
«Io credo che bisogna lasciare che i tribunali facciano il loro lavoro. Non si può dire c’è un giudice e poi volersi mettere al suo posto. Io non faccio il giudice, faccio l’operatore economico. Poi, se non sono pronto a rispettare i giudici, forse faccio un errore».<br />
<strong>E la sortita di Schmidt? </strong><br />
«Non ho visto quella dichiarazione nella sua integrità, non so in quale contesto ha parlato. Comunque noi faremo appello. Non sta a me commentare i processi. Però sulla <em>privacy</em> mi faccia anche dire qualcosa di costruttivo. Negli ultimi 18 mesi noi, sul rispetto della persona, abbiamo fatto passi in avanti enormi: vada su Internet e clicchi sul nostro <em>privacy center </em>nella <em>home page</em>. Ci sono molte opzioni, tutte facili da capire e da usare per proteggere i figli, escludere i propri dati dalla comunicazione pubblicitaria «targettizzata», modellata sul proprio profilo personale. E ogni mese mettiamo nuovi strumenti a disposizione dell’utente. Detto questo, quello della <em>privacy</em> è sicuramente un concetto da ridefinire. Ci sono aggregati di persone che hanno sensibilità e interessi diversi. Per mia figlia i benefici della conoscenza in rete sono molto superiore ai rischi che ne possono derivare».<br />
<strong>Ammesso che sia vero, come ci si può fidare del giudizio di un’azienda che fa soldi offrendo pubblicità mirata, basata sui dati degli individui, i profili personali e che quindi ha un interesse oggettivo a demolire il concetto di “privacy”, più che ad aggiornarlo? Guardi cosa ha combinato Zuckerberg a Facebook. E mi pare che per voi si prepari un’estate piuttosto calda, anche dal punto di vista delle iniziative delle “authority” Usa, sia da questo punto di vista, sia da quello dei controlli antitrust.</strong><br />
«E’ vero. E noi non ci sottrarremo a quest’opera di supervisione. E’ normale che i nostri comportamenti vengano scrutinati. Non entro nel merito di indagini e valutazioni in corso. Dico solo che noi ci comportiamo in modo diverso da Facebook. Ci siamo dati regole e limiti assai più severi».<br />
<strong>Non è solo “privacy”, c’è anche il gigante che approfitta della sua forza, di posizioni semimonopolistiche per distruggere intere aree di business. C’è il potere di far sparire, se solo lo volete, un’azienda dal vostro “page rank” condannandola all’oblìo.</strong><br />
«Questione di punti di vista. Per voi della stampa che ci attaccate sempre con tanto puntiglio – e lo capisco, visto che il vostro è uno dei settori che più soffrono per le trasformazioni in atto &#8211; il bicchiere è più vuoto che pieno. Secondo me, invece, è pieno per almeno i due terzi. Di certo non è vuoto: Google cresce perché porta valore alle imprese sue clienti, perché consente a milioni di piccole aziende – decine di migliaia solo in Italia – di operare a livello mondiale, anche se le loro dimensioni le costringerebbero a restare a livello di realtà locale. Mettiamo tutti in contatto con tutti, assicuriamo traduzioni automatiche in 40 lingue, creiamo nuovi accessi alla cultura, redistribuiamo ricchezza. Cito un solo dato. Si riferisce al 2008, non ho ancora quello del 2009: su 22 miliardi di fatturato Google, 5,5, cioè un quarto, sono andati a nostri partner produttori di contenuti. E poi collaboriamo coi governi. In Russia – arrivo proprio da lì – stiamo costruendo, con Cisco e altri, la loro Silicon Valley; in Polonia guidiamo il programma per l’innovazione nelle piccole e medie imprese».<br />
<strong>Questo è il “santino” di Google, quello del suo vecchio slogan “don’t be evil”. Ma l’azienda simpatica a tutti, il Davide che sfidava il Golia Microsoft, non c’è più. Davide è diventato Golia: un semimonopolio al posto del capitalismo immacolato dell’utopia dei fondatori.</strong><br />
«A costo di farla sorridere le dirò che, da matricola di Google, sono io stesso sorpreso, quando vado nel quartier generale di Mountain View, nel vedere quanto quella filosofia del non fare del male sia stata interiorizzata dalla dirigenza. E’ un patrimonio al quale tutti ancor oggi tengono molto. Attenzione: non dico che tutto quello che facciamo è giusto. Davanti a dubbi o sospetti è giusto indagare. Le autorità fanno il loro lavoro, noi dobbiamo essere sereni. Non mi pare, del resto, che siano emersi comportamenti illeciti di qualche rilievo. E, comunque, adesso abbiamo introdotto un nuovo livello di trasparenza sui contratti con i partner AdSense, quelli che ospitano i nostri annunci pubblicitari. Il «fare del bene», però, non è solo uno slogan. Le dico della mia esperienza: quando chiudo un accordo con un’impresa, la sera, tornando a casa, sento di aver fatto la cosa giusta, una cosa che crea ricchezza. Prima non succedeva. Lo sa perché? Perché qui possono fare i calcoli, per la prima volta ho i numeri. Ho una nuova tecnologia che mi offre questo vantaggio».<br />
<strong>Una tecnologia che vi dà una grande forza grazie alla leadership mondiale nel “search” e alla gigantesca raccolta pubblicitaria. Forza che spesso usate per entrare in nuovi business, demolendo ciò che esiste.</strong><br />
«Crescendo, come le dicevo, diventiamo meno aggressivi. Certo, poi le nuove tecnologie consentono di rivoluzionare molti “business model”. E quando c’è una rivoluzione, come sempre, chi soffre di più è l’aristocrazia, chi ha posizioni consolidate. Qui il discorso si fa delicato perché riguarda anche voi, la stampa».<br />
<strong>Voi siete sicuramente grandi innovatori, ma non giocate sempre in modo trasparente. Alcuni business li demolite non perché siete pià efficienti ma perché potete permettervi di offrire servizi gratis: il relativo costo lo coprite coi proventi pubblicitari raccolti in altri settori. Chi viene sbattuto fuori perché non ha le stesse vostre possibilità e dimensioni, parla di concorrenza sleale. E poi state cannibalizzando le telecomunicazioni. </strong><br />
«Le ho detto, nelle rivoluzioni c’è sempre chi soffre. Quanto alle telecomunicazioni, le ha messe in crisi la tecnologia delle telefonate su protocollo Internet. Skype assai prima di Google. Certo, noi adesso siamo arrivati col nostro sistema operativo, Android. Che, a differenza di quelli della Apple, è un sistema aperto: quindi le società telefoniche, che ormai devono guadagnare col traffico dati, non certo con la voce, possono utilizzarlo per offrire ai loro clienti nuovi servizi. Si lamentano perchè devono investire in reti sulle quali, poi, transitano anche i nostri dati? Anche noi investiamo molto in hardware, server e “cloud computing” che non va a nostro esclusivo beneficio«.<br />
<strong>E veniamo alla stampa. La schiacciate con la logica del “tutto gratis” e anche atomizzando l’informazione col conseguente indebolimento dell’attenzione per il prodotto giornale. Vi presentate come partner, ma poi guadagnate sulle informazioni prodotte da altri. E’ da quando sono stato la prima volta a Mountain View, cinque anni fa, che cerco di capire cosa siete: una semplice “pipeline” che trasporta contenuti altrui? Una piattaforma? Una “media company” di fatto? A seconda di chi è il tuo interlocutore ricevi risposte diverse.</strong><br />
«Non so se ci sia stata confusione in passato. Ora la risposta è chiara. Siamo una piattaforma. Google News non è una nave pirata: chi è a bordo ha scelto di starci. E noi, ormai, offriamo loro un bel ventaglio di opzioni: notizie gratis per tutti, accessi limitati ad alcuni articoli o solo alle prime righe, rinvio a sistemi di pagamento flessibili. Certo, l’arrivo di Internet vi ha creato problemi, le difficoltà per la stampa sono iniziate assai prima della nascita di Google. Le ho detto, l’aristocrazia soffre&#8230;»<br />
<strong>Mi sembrava che nel processo di maturazione di Google ci fosse anche questo: riconoscere il valore di una stampa professionale ben funzionante per mantenere in salute la democrazia. Da Barack Obama a Steve Jobs, molti ormai dicono di non voler vivere in un mondo che dipende, per l’informazione, dai blog. Anche Schmidt mi sembrava ormai orientato in questo senso. Alla fine, però, trattate la stampa come qualunque altro erogatore di servizi</strong>.<br />
«No, no. Il futuro della stampa ci interessa, eccome. E non solo a me che vengo dal mondo dell’editoria (D’Asaro è stato capo del gruppo Lagardere-Hachette, ndr). Noi stiamo facendo molto per aiutarvi a migliorare la raccolta pubblicitaria, a trovare nuove, redditizie nicchie. Certo, dovete capire anche voi che il futuro è quello della pubblicità “targettizzata”. E’ anche nel vostro interesse. Così come noi abbiamo capito era un errore imporre la logica del “tutto gratis”. E’ vero, la pubblicità non basta a sostenere il costo di un sistema editoriale complesso. E ora noi siamo pronti a fornire anche servizi in questo campo, piattaforme di pagamento. Certo, l’editoria dove convincersi che in prospettiva non è sostenibile un modello di business nel quale il 50-70 per cento dei costi è assorbito dalla produzione e distribuzione del prodotto fisico di carta, mentre alla produzione giornalistica dei contenuti va il 15, massimo 20 per cento delle risorse. Rispetto a quando sono arrivato, nell’autunno scorso, mi pare che questa consapevolezza si stia diffondendo rapidamente».<br />
<strong>Merito dell’iPad del vostro avversario Jobs? </strong><br />
«Arriveranno molte altre piattaforme tecnologiche. E’ questo il futuro. Per un po’ soffrirete, ma l’informazione professionale troverà la sua strada: la pubblicità crescerà in modo esponenziale e i costi caleranno man mano che ridurrete la dipendenza dalla carta».<br />
<strong>Di nuovo Google “buona” che aiuta e apre la strada. Io vedo, però, anche la multinazionale spietata che ha l’interesse oggettivo a che ogni utente si soffermi su una pagina il meno possibile, non approfondisca troppo, perché fatturato e profitti dipendendo dalla frequenza con la quale ognuno usa il suo click. Una società che predica il bene, ma poi si rifugia in Irlanda per non pagare le tasse… </strong><br />
«Sui click mi fa una bella domanda. Rispondere implica un’analisi dei comportamenti sociali molto complessa. Mi limito a farle notare che in alcune situazioni, ad esempio nella diffusione dei libri, abbiamo dimostrato si saper prescindere dal vincolo dei click, dalla logica del profitto a ogni costo. Quanto alle tasse, noi ci limitiamo ad applicare le leggi esistenti. Se la Ue ha deciso di concedere benefici in campo agricolo, industriale o fiscale a certe aree, noi, come molte altre imprese, ci comportiamo di conseguenze. Se la Ue decide che il valore aggiunto va tassato tenendo conto in modo diverso del luogo di produzione e distribuzione, noi siamo pronti ad adeguarci. Basta deciderlo. Faccio solo notare che, a differenza di aziende anche pubbliche di vari Paesi con sede a Lussemburgo, dove hanno solo una casella postale, noi eroghiamo i servizi dall’Irlanda dove abbiamo migliaia di dipendenti: dieci volte quelli che abbiamo qui, in Francia». Parole efficaci. Quelle di una multinazionale apolide, non di un benefattore dell’umanità.</p>
<p>da: corriere.it</p>
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		<title>Arriva lo sfondo, Google cambia look</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 13:23:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questa mattina gli utenti italiani di Google si sono svegliati con una grande sorpresa. Chi ha aperto l’home page del motore di ricerca ha strabuzzato gli occhi: la storica pagina bianca con il logo in quadricromia ha lasciato spazio a uno sfondo multicolore. Nessun bug, né un attacco hacker: si tratta della nuova mossa del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina gli utenti italiani di Google si sono svegliati con una grande sorpresa. Chi ha aperto l’<a href="http://www.google.it/">home page del motore di ricerca</a> ha strabuzzato gli occhi: la storica pagina bianca con il logo in quadricromia ha lasciato spazio a uno sfondo multicolore. Nessun bug, né un attacco hacker: si tratta della nuova mossa del gigante di Mountain View.</p>
<p>Per gli utenti registrati con un account Google è disponibile la nuova funzionalità che permette di personalizzare lo sfondo. Si può scegliere tra circa 40 immagini predefinite, fotografie di servizi di content sharing come Picasa o scatti uploadati dal proprio computer. Il motore di ricerca cambia dunque look a seconda dell’utente. Chi riteneva il bianco naif, che ha fatto la storia e la fortuna di Google, troppo anonimo potrà ora sfoggiare panoramiche naturali mozzafiato o la classica foto della propria famiglia sull&#8217;home page del motore di ricerca. Ma il bianco, colore simbolo di Google, non scomparirà: la scritta che &#8220;galleggerà&#8221; nel mare cromatico scelto dagli utenti sarà sempre bianca.</p>
<p>Il tutto con la semplicità tipica di Mountain View. Un paio di clic e il gioco è fatto: è sufficiente cliccare, sotto la barra di ricerca, sulla voce “Aggiungi la tua immagine di sfondo” per stravolgere la grafica tradizionale. Una trovata di marketing che lancia la sfida a Bing, il motore di ricerca di Microsoft e unico competitor di Google, che offriva da tempo la possibilità di personalizzare lo sfondo.</p>
<p>Nei mesi scorsi la funzionalità era già disponibile in versione beta per alcuni utenti negli Stati Uniti e già gmail, il servizio di posta elettronica di Google, presentava la funzionalità di modificare lo sfondo.</p>
<p>da: lastampa.it</p>
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		<title>Google: via pc Windows da uffici</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 14:43:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Google sta togliendo i computer con sistema operativo Windows dai suoi uffici in una mossa volta a limitare i rischi di attacchi informatici. Lo scrive il Financial Times, che cita le dichiarazioni di alcuni dipendenti.
La direttiva di passare ad altri sistemi operativi &#8211; il Mac della Apple o Linux &#8211; e&#8217; partita a gennaio, dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google sta togliendo i computer con sistema operativo Windows dai suoi uffici in una mossa volta a limitare i rischi di attacchi informatici. Lo scrive il Financial Times, che cita le dichiarazioni di alcuni dipendenti.</p>
<p>La direttiva di passare ad altri sistemi operativi &#8211; il Mac della Apple o Linux &#8211; e&#8217; partita a gennaio, dopo il cyber-attacco originato dalla Cina. La decisione potrebbe realmente porre fine all&#8217;uso di Windows nelle sedi di Google, che conta oltre 10 mila impiegati nel mondo.</p>
<p>da:ansa.it</p>
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		<title>Svelata la Google Tv</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 15:53:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Google ha soddisfatto le attese dei mesi scorsi e così ieri ha
presentato la Google Tv (qui uno dei live blogging dall’evento). L’hardware è una tivù Sony (per ora solo questo produttore) ad alta definizione, abbinata a un lettore blu ray e a una tastiera wireless Logitech, e arriverà negli Usa a fine anno (chissà quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google ha soddisfatto le attese dei mesi scorsi e così ieri ha</p>
<p>presentato la <strong>Google Tv</strong> (<a href="http://voices.washingtonpost.com/fasterforward/2010/05/google_io_day_two_and_now_andr.html">qui uno dei live blogging</a> dall’evento). L’hardware è una tivù <strong>Sony </strong>(per ora solo questo produttore) ad alta definizione, abbinata a un lettore blu ray e a una tastiera wireless Logitech, e arriverà negli Usa a fine anno (chissà quando in Italia). E’ il cuore però la cosa più importante: un processore Intel Atom e un sistema operativo Android 2.2 come quello degli smartphone e un browser Chrome completo (con supporto al Flash).</p>
<p>Google assicura che sarà in grado di accedere a qualsiasi sito web e di supportare le applicazioni che si trovano sull’<strong>Android</strong> marketplace. La prima è una caratteristica rara (le Net Tv di Philips hanno pure un browser, ma non funziona bene per i siti non ottimizzati per lo schermo televisivo). Al solito infatti i sistemi che permettono di vedere contenuti internet sul televisore danno accesso a un giardino recintato. La seconda caratteristica è invece unica, nel panorama tivù. Immancabile il motore di ricerca integrato, che mostra insieme contenuti tratti dal web e dai partner di Google (prevedibile l’accesso a un’archivio di film on demand e alla catch up tv).</p>
<p>Perseguita anche la filosofia della fusione tra tv e web, un po’ come<a href="http://connectedtv.yahoo.com/services/tv-widgets"> avviene già </a>con i widget Yahoo! su modelli Samsung e Sony: mentre vediamo una partita, apparirà un riquadro con le statistiche tratte dal web e un forum di discussione, per esempio.</p>
<p>La vera incognita è quando tutto questo funzionerà a pieno regime. Durante la presentazione ci sono stati parecchi problemi tecnici software e hardware- a un certo punto è stato chiesto di spegnere tutti i cellulari per evitare interferenze al bluetooth integrato. Dare pieno accesso al web, anche a siti non ottimizzati, è un rischio per le prestazioni. Solo in estate 2011, inoltre, il sistema della Google Tv sarà aperto agli sviluppatori con le <span>SDK</span>. Nel frattempo si moltiplicheranno le alternative per portare almeno parte di internet sulla tv: è attesa a giugno la versione definitiva<a href="http://www.cubovision.it/"> del Cubo Vision</a> di Telecom Italia.</p>
<p>Infine, ci si potrà chiedere il motivo di tanto interesse da parte di un gigante del web per un prodotto “vecchio” come la tv. Ma è ovvio: Google sa bene che alcune cose la gente <a href="http://blogs.forrester.com/consumer_product_strategy/2009/12/for-online-teens-content-and-social-interaction-are-inextricably-linked-.html">preferirà sempre vederle </a>su uno schermo grande e di fronte a un divano, lontano dal pc. Per tenere gli utenti online più a lungo, quindi, deve raggiungerli anche attraverso la tv. E qui mandare loro altra pubblicità.</p>
<p>da:mytech.it</p>
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		<title>Google guarda alla ricerca per immagini</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/04/13/google-guarda-alla-ricerca-per-immagini/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 06:57:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google investe ancora nel Visual Search e lo fa inglobando una startup britannica, Plink, che ha sviluppato una tecnologia denominata PlinkArt. Una tecnologia che permette di effettuare ricerche sul Web inserendo al posto delle keyword una foto del soggetto desiderato, a patto che si tratti di quadri o comunque opere d&#8217;arte.
Già disponibile come applicazione per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google investe ancora nel Visual Search e lo fa inglobando una startup britannica, Plink, che ha sviluppato una tecnologia denominata PlinkArt. Una tecnologia che permette di effettuare ricerche sul Web inserendo al posto delle keyword una foto del soggetto desiderato, a patto che si tratti di quadri o comunque opere d&#8217;arte.</p>
<p>Già disponibile come applicazione per piattaforma Android, Plink aveva fruttato ai suoi sviluppatori 50mila download e, nell&#8217;ambito dell&#8217;Android Developer Challenger indetto da Google, 100mila dollari di premio.</p>
<p>D&#8217;ora in poi James Philbin e Mark Cummins, i creatori di PlinkArt, lavoreranno per BigG e concentreranno le proprie energie nello sviluppo di Google Googles, feature presentata qualche mese fa che fa per esplorare più a fondo le vie del visual search.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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		<title>Google brevetta la pubblicità geolocalizzata</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/04/12/google-brevetta-la-pubblicita-geolocalizzata/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 07:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google ha ottenuto un brevetto su una tecnologia per &#8220;determinare e/o usare la localizzazione nei sistemi di advertising&#8221;. Un brevetto che sembra coprire genericamente il geotargeting.
Il metodo descritto spiega come utilizzare la geolocalizzazione per determinare un obiettivo da raggiungere con la pubblicità, stabilire un prezzo minimo per gli annunci, offrire statistiche e modificare il contenuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google ha ottenuto un <a href="http://patft.uspto.gov/netacgi/nph-Parser?Sect1=PTO2&amp;Sect2=HITOFF&amp;u=/netahtml/PTO/search-adv.htm&amp;r=3&amp;p=1&amp;f=G&amp;l=50&amp;d=PTXT&amp;S1=google.ASNM.&amp;OS=an/google&amp;RS=AN/google" target="_blank">brevetto</a> su una tecnologia per &#8220;determinare e/o usare la localizzazione nei sistemi di advertising&#8221;. Un brevetto che sembra coprire genericamente il <em>geotargeting</em>.</p>
<p>Il metodo descritto <a href="http://digital.venturebeat.com/2010/03/01/google-location-ads/" target="_blank">spiega</a> come <strong>utilizzare la geolocalizzazione per determinare un obiettivo</strong> da raggiungere con la pubblicità, stabilire un prezzo minimo per gli annunci, offrire statistiche e modificare il contenuto del messaggio trasmesso. Un brevetto che appare abbastanza ampio e che risale a sette anni fa (la domanda relativa era stata depositata nel settembre 2003).</p>
<p>La tecnologia così rivendicata sembra ora integrarsi con l&#8217;acquisizione da parte di Mountain View per 750 milioni di dollari di Admob, start up che fa perno su una rete di advertising mobile: il geotargeting (che può essere utilizzato già con i PC, per esempio, per meglio indirizzare gli annunci pubblicitari dei commercianti che si indirizzano ad una clientela più prossima) è di particolare rilevanza nel settore mobile. </p>
<p>In quest&#8217;ottica vanno inoltre considerati, i feed geolocalizzati di Buzz e la recente implementazione di ricerche specifiche per area geografica, che sembrano mettere Google in pole position per quanto riguarda il futuro dell&#8217;ad mobile.</p>
<p>La sfida, d&#8217;altronde, sembra doversi giocare nel prossimo futuro proprio su questo settore: Twitter ha anch&#8217;esso sviluppato lo strumento geotag, Apple ha recentemente acquisito Quattro Wireless, azienda specializzata, e varie applicazioni (da Foursquare a BrightKite) sfruttano la geolocalizzazione e hanno come base del proprio business il geotargeting.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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		<title>Cina, Google è stato solo l&#8217;inizio?</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 16:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il turbolento epilogo dell&#8217;esperienza di Google in Cina sta condizionando non solo i rapporti diplomatici tra Pechino e gli Stati Uniti, ma anche la percezione generale dei netizen cinesi circa il ruolo ricoperto da BigG fino a qualche giorno fa: le reazioni riportate dalla BBC lasciano trasparire un vago senso di abbandono, di tradimento, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il turbolento epilogo dell&#8217;esperienza di Google in Cina sta condizionando non solo i rapporti diplomatici tra Pechino e gli Stati Uniti, ma anche la percezione generale dei netizen cinesi circa il ruolo ricoperto da BigG fino a qualche giorno fa: le reazioni riportate dalla BBC lasciano trasparire un vago senso di abbandono, di tradimento, da parte di quello che era considerato un baluardo della libertà di espressione capace di eludere, anche se non completamente, la meticolosa censura applicata al Web.</p>
<p>&#8220;Andate via, abbiamo Baidu&#8221; è solo uno dei molti commenti lasciati sul sito sina.com da utenti risentiti per la decisione di Google. Un malessere generale che ha coinvolto i navigatori di tutta la Cina, compresa l&#8217;isola di Hong Kong che in principio sembrava essere una sorta di ultima spiaggia per il search libero di Mountain View: una speranza vana visto il tempestivo intervento del governo centrale per inasprire la censura anche sulla versione locale di Google.</p>
<p>Li Ka-shing, l&#8217;uomo più ricco dell&#8217;ex colonia britannica e proprietario del provider TOM Online, ha espressamente dichiarato di non essere più intenzionato a usare Google, sia a livello personale che aziendale. Attualmente fra Mountain View è l&#8217;ISP asiatico sussiste però un accordo di collaborazione che, secondo un portavoce di BigG, dovrebbe essere comunque rispettato.</p>
<p>Lo switch da google.cn a google.com.hk è stato subito giudicato come &#8220;un gesto irresponsabile&#8221; dalle autorità cinesi e gli effetti di eventuali blocchi o malfunzionamenti di una o più parti dell&#8217;ecosistema Google in Cina sono stati raccolti in una pagina appositamente dedicata alla questione: al momento YouTube e Blogger risultano essere completamente inaccessibili, mentre sono segnalati alcuni disservizi su Picasa, Docs e Groups. Sono in funzione, almeno in apparenza, Gmail, Search e News.</p>
<p>Pechino d&#8217;altronde aveva da subito minacciato ritorsioni di questo genere nel caso in cui Google non si fosse piegata alle sue richieste: così facendo sarebbe quindi emersa in tutto il suo splendore l&#8217;etica comportamentale dell&#8217;amministrazione cinese, la cui autoritarietà potrebbe spingere, secondo gli addetti ai lavori, altre aziende occidentali a ritirarsi dal grande mercato asiatico per non dover più sottostare alle sue norme.</p>
<p>Attualmente però sono pochi i casi in cui si sia palesata questa intenzione: tra questi, il registrar GoDaddy ha manifestato l&#8217;intezione di seguire le orme di BigG. Durante una riunione amministrativa è stato deciso di non accogliere più richieste di registrazioni provenienti dalla Cina, in risposta a quella che viene giudicata &#8220;l&#8217;eccessiva mole di dati che il richiedente deve fornire per completare la registrazione&#8221;.</p>
<p>Ai partenti potrebbe aggiungersi presto anche Dell. Stando infatti a quanto dichirato dal primo ministro indiano Manmohan Singh subito dopo un incontro con il presidente dell&#8217;azienda statunitense, la necessità di stringere accordi con altri partner commerciali al fine di garantire sistemi di produzione più efficienti, anche per quanto riguarda il rispetto dell&#8217;ambiente, potrebbe spingere Dell a trasferire le proprie fabbriche dall&#8217;altra parte dell&#8217;Himalaya.</p>
<p>da: punto-informatico.it</p>
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		<title>Google dirotta traffico su Hong Kong, la Cina reagisce</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/03/23/google-dirotta-traffico-su-hong-kong-la-cina-reagisce/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 07:58:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La decisione di Google di chiudere il proprio sito basato in Cina e reindirizzare il traffico di visitatori del suo motore di ricerca cinese sul suo portale senza censura di Hong Kong, google.com.hk, ha provocato duri commenti da Pechino che sollevano dubbi sul futuro della società nel più grosso mercato di Internet del mondo.
Google ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La decisione di Google di chiudere il proprio sito basato in Cina e reindirizzare il traffico di visitatori del suo motore di ricerca cinese sul suo portale senza censura di Hong Kong, google.com.hk, ha provocato duri commenti da Pechino che sollevano dubbi sul futuro della società nel più grosso mercato di Internet del mondo.</p>
<p>Google ha detto che intende continuare ricerca e sviluppo in Cina, così come mantenere lì del personale, anche dopo aver chiuso Google.cn e aver reindirizzato il traffico sul sito di Hong Kong.</p>
<p>La Cina ha definito la decisione di Google di bloccare la censura &#8220;totalmente sbagliata&#8221; e ha aggiunto che con ciò la società ha &#8220;violato una promessa scritta&#8221; fatta al momento di entrare nel mercato cinese.</p>
<p>Il ministero degli Esteri cinese ha detto oggi che il governo gestirà il caso di Google &#8220;secondo la legge&#8221;.</p>
<p>La decisione di Google è giunta in un momento di crescenti tensioni tra Cina e Stati Uniti su una serie di questioni, dalla libertà su Internet al tasso di cambio dello yuan, dalla sanzioni economiche all&#8217;Iran alla vendita di armi Usa a Taiwan.</p>
<p>Il portavoce del ministero cinese, Qin Gang, ha detto in conferenza stampa che la mossa di Google è un atto isolato da parte di una società commerciale, e che non dovrebbe colpire i legami sino-americani &#8220;a meno che non siano politicizzati&#8221; da altri.</p>
<p>Gli analisti ritengono sia possibile che questa decisione possa pregiudicare altri progetti di Google sul mercato cinese, come quelli sul software per telefonini Android. Un mercato che è un&#8217;importante opportunità di crescita per la società, che ha visto rallentare la propria crescita in mercati maturi come quelli di Usa ed Europa. E che in Cina genera solo una piccola parte del suo profitti annuali di circa 24 miliardi di dollari.</p>
<p>&#8220;Immaginare come rispettare la nostra promessa di fermare la censura nella ricerca su google.cn è stato difficile&#8221;, ha detto in un post pubblicato ieri il capo dell&#8217;ufficio legale Google David Drummond. &#8220;Vogliamo che quante più persone possibile abbiano accesso ai nostri servizi, compresi gli utenti della Cina. Ciononostante, il governo cinese è stato chiaro nelle nostre discussioni nell&#8217;affermare che l&#8217;autocensura è un requisito legale non negoziabile&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p>Fornire servizi privi di censura tramite il sito di Hong Kong è &#8220;assolutamente legale&#8221;, ha aggiunto la società, che aveva manifestato già a gennaio la sua intenzione di ritirarsi dalla Cina, il più grande mercato Internet per utenti, quando disse di aver individuato sofisticati attacchi informatici sui suoi computer riconducibili alla Cina.</p>
<p>La Casa Bianca ha espresso il proprio disappunto per il mancato accordo tra Google e Cina.</p>
<p>da:it.reuters.com</p>
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		<title>Google si rinnova e sposa i social network</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 18:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google rinnova il motore di ricerca. Da oggi sulla sinistra della pagina si possono aprire delle nuove icone. Se, per fare un esempio, cerchiamo informazioni su un film appena uscito, Google ci offre la solita sfilza di siti internet che ne parlano, ma se clicchiamo su &#8220;aggiornamenti&#8221; possiamo leggere quello che scrivono in tempo reale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Google rinnova il motore di ricerca. Da oggi sulla sinistra della pagina si possono aprire delle nuove icone. Se, per fare un esempio, cerchiamo informazioni su un film appena uscito, Google ci offre la solita sfilza di siti internet che ne parlano, ma se clicchiamo su &#8220;aggiornamenti&#8221; possiamo leggere quello che scrivono in tempo reale gli utenti di Twitter, Facebook e altri social network.</p>
<p>Per qualcosa di più approfondito si possono scegliere gli ultimi post dei blog, le notizie e i vari servizi che negli anni si sono andati ad aggiungere alla semplice ricerca delle ricorrenze nei siti più linkati in rete. Nelle ultime 24 ore, l&#8217;ultima settimana o uno specifico intervallo temporale. Il servizio di Mountain View debutta in Italia, ma è attivo da qualche mese in lingua inglese. Mette insieme ricerca online, tempo reale e contenuti generati dagli utenti. «Fino a qualche anno fa per pubblicare qualcosa bisognava conoscere il linguaggio html, con i blog è diventato molto più semplice.</p>
<p>Con Facebook e Twitter il fenomeno è esploso» ha spiegato Dylan Casey, product manager di Google, durante una conference call. Chi naviga su internet ha iniziato a farne parte con diverse appendici digitali e allo stesso tempo si è abituato ad aggiornamenti in tempo reale di varia natura. Da Twitter in poi – ma è stato Facebook a rendere popolare il servizio, almeno in Italia – lo &#8220;status update&#8221; è diventato popolarissimo. C&#8217;è chi scrive cosa sta facendo, chi condivide un link a un articolo di giornale e chi manda messaggi criptici. Un universo che i motori di ricerca hanno visto crescere e che ora cercano di integrare. Per quanto simbolico, il sorpasso di Facebook su Google va in questa direzione .</p>
<p>Negli ultimi mesi anche Bing e Yahoo hanno stretto accordi con i più popolari social network. Nel caso di &#8220;Google real time search&#8221; le nuove funzionalità utilizzano una dozzina di nuove tecnologie per elaborare centinaia di milioni di aggiornamenti. I partner sono Facebook, MySpace, Twitter, FriendFeed, Jaiku e Identi.cah. «Mettiamo a disposizione solo quello che gli utenti hanno reso pubblico» chiarisce Casey in tema di privacy. Nel caso di Facebook non verranno indicizzati i profili personali, ma soltanto le pagine pubbliche «con più di 5mila iscritti», ovvero vip, aziende e fan club.</p>
<p>da:ilsole24ore.com</p>
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