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	<title>orbitaweb.it &#187; privacy</title>
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	<description>Il meglio dal mondo web... e da ciò che gli gira attorno</description>
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		<title>Zuckerberg: abbiamo sbagliato, rimedieremo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 07:53:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Abbiamo commesso degli errori&#8221;: così il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha riassunto gli ultimi mesi del social network in blu, su cui sono piovute addosso critiche da più parti a causa della gestione della privacy degli utenti, secondo molti non sempre tutelati a dovere. Ora l&#8217;ex studente di Harvard ha confermato la propria volontà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Abbiamo commesso degli errori&#8221;: così il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha riassunto gli ultimi mesi del social network in blu, su cui sono piovute addosso critiche da più parti a causa della gestione della privacy degli utenti, secondo molti non sempre tutelati a dovere. Ora l&#8217;ex studente di Harvard ha confermato la propria volontà di mettere ordine sulla piattaforma da lui creata nel 2004, per riguadagnarsi la fiducia dei netizen.</p>
<p>In uno scambio di mail con Robert Scoble, techican evangelist statunitense, Zuckerberg ha ammesso i suoi errori sottolineando che la volontà sua e dei suoi colleghi era e rimane quella di creare un prodotto sempre migliore: &#8220;Spero che la gente capisca che abbiamo agito con le migliori intenzioni &#8211; ha scritto &#8211; e che teniamo molto ai feedback degli utenti&#8221;. L&#8217;ultima frase in particolare è volta a spazzare via le voci secondo cui i commenti negativi agli annunci dello staff di Facebook venissero accuratamente cancellati in modo da mostrare una situazione di generale consenso.</p>
<p>Nonostante le peripezie sono ancora in molti a sostenere che l&#8217;approccio innovativo di Facebook sia quello giusto, dettato dall&#8217;implementazione frenetica di nuove feature da regolare successivamente secondo quello che si ritiene essere il giudizio della community. Uno di questi è Steve Ballmer che ha posizionato Zuckerberg nella schiera dei &#8220;bravi ragazzi&#8221; benedicendone l&#8217;operato. Rispondendo ad alcuni reporter su questioni inerenti la privacy, il CEO di Microsoft ha dichiarato che &#8220;con tutte le opportunità, gli argomenti che ci interessano e l&#8217;evoluzione delle cose è necessario lavorare duramente per non creare più problemi di quelli che possiamo risolvere&#8221;.</p>
<p>Dunque nei prossimi giorni, stando a quanto promesso da Zuckerberg, i 400 milioni di utenti Facebook assisteranno alle prime fasi del processo di semplificazione della gestione della privacy. Nelle ultime due settimane sono stati consultati esperti in materia e sono state saggiate le reazioni della community, in particolare dopo l&#8217;innesto di Open Graph. In un annucio ufficiale, anticipato in parte dalla lettera di Zuckerberg, viene spiegato che &#8220;a breve verranno apportati dei cambiamenti&#8221; e che &#8220;gli utenti apprezzano le ultime novità introdotte ma pretendono un interazione più semplice con esse&#8221;.</p>
<p>È ancora presto per capire quali saranno gli effetti di questi provvedimenti, ufficiali e non, soprattutto visto il crescente interessamento dei governi, in particolare quello USA, per verificare l&#8217;effettiva tutela della privacy da parte dei responsabili di Palo Alto. C&#8217;è però chi è convinto che queste vicissitudini saranno presto dimenticate e che Facebook continuerà a macinare utenti e record affermandosi sempre più come unità fondante dell&#8217;esperienza Web dei nativi digitali.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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		<title>Facebook, grave gaffe sulla privacy</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/05/10/facebook-grave-gaffe-sulla-privacy/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 07:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È del tutto grave il bug scoperto su Facebook e tale da minare completamente la privacy di un utente e probabilmente la sicurezza dei suoi amici sul social network medesimo. È tutto spiegato in un filmato nel quale l&#8217;exploit è illustrato con estrema chiarezza.
Inutile provare: una volta scoperto il problema, la chat è stata bloccata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È del tutto grave il bug scoperto su Facebook e tale da minare completamente la privacy di un utente e probabilmente la sicurezza dei suoi amici sul social network medesimo. È tutto spiegato in un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ny8ui4delEo">filmato</a> nel quale l&#8217;exploit è illustrato con estrema chiarezza.</p>
<p>Inutile provare: una volta <a href="http://eu.techcrunch.com/2010/05/05/video-major-facebook-security-hole-lets-you-view-your-friends-live-chats/">scoperto</a> il problema, <strong>la chat è stata bloccata immediatamente</strong> ed ogni prova restituisce semplicemente un messaggio di errore indicante lo stato di manutenzione del servizio.</p>
<p>Il problema è paradossalmente insito nello strumento che Facebook mette a disposizione degli utenti per verificare l&#8217;esatto funzionamento delle proprie impostazioni per la privacy. Cercando tale funzione, infatti, è teoricamente possibile vedere il proprio profilo navigando sulla propria bacheca sotto le spoglie di un utente terzo. Tale strumento, però, <strong>permetteva altresì di vedere la chat della persona terza, senza limitazione alcuna</strong>. Quello che è uno strumento di controllo delle proprie impostazioni, dunque, diventava facilmente uno strumento di spia per le bacheche altrui.</p>
<p>Per Facebook trattasi di un <strong>grave inciampo sulla via della privacy</strong>, una grave gaffe che rischia di compromettere la fiducia di quanti hanno affidato al network i propri dati, i propri contatti e lo schema sociale che giorno dopo giorno ci si costruisce attorno. Nel momento in cui Facebook sta tentando di portare il proprio grafico sociale a diventare qualcosa di più di una semplice griglia di amicizie, questo tipo di errori va evitato come il male della peggior specie.</p>
<p>Quando il problema ha assunto pubblica notorietà la chat è stata immediatamente bloccata. Probabilmente <strong>l&#8217;immediatezza della reazione ha evitato danni reali agli utenti</strong>, ma la moltiplicazione delle segnalazioni nelle prossime ore non potrà che minare l&#8217;immagine del network. Perchè si tratta di una rete, va ricordato, che solo in Italia raccoglie qualcosa come 16 milioni di cittadini.</p>
<p>da:webnews.it</p>
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		<title>Facebook, dammi indietro i miei dati</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/05/04/facebook-dammi-indietro-i-miei-dati/</link>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 07:57:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grande successo nel social network per l’applicazione Give Me My Data, dopo che Facebook ha tolto le informazioni personali contenute nei profili per renderle dati pubblici, al fine di costruire un social graph aperto e condiviso con altri siti web.  Owen Mundy, professore d’Arte all’Università della Florida, aveva sviluppato l’applicazione ad uso personale, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grande successo nel social network per l’applicazione Give Me My Data, dopo che Facebook ha tolto le informazioni personali contenute nei profili per renderle dati pubblici, al fine di costruire un social graph aperto e condiviso con altri siti web.  Owen Mundy, professore d’Arte all’Università della Florida, aveva sviluppato l’applicazione ad uso personale, per raccogliere le informazioni dei profili dei suoi amici ai fini di una loro rappresentazione visiva, e solo in un secondo tempo aveva deciso di metterla a disposizione su Facebook così che ciascun membro del social network avesse la possibilità di esportare i propri dati dal social network, anche solo per averne una copia personale.</p>
<p>Nel frattempo le impostazioni di privacy di Facebook sono cambiate un’altra volta e com’è noto ora le preferenze e gli interessi indicati da ciascuno di noi nel profilo sono stati spostati in un contenitore pubblico accessibile anche ad altri siti web, con l’intento dichiarato dal social network di ampliare la rete dei contatti e relazioni sociali dei suoi membri, basandosi sugli interessi condivisi.<br />
Ma come ricorda il <a href="http://gadgetwise.blogs.nytimes.com/2010/05/01/facebook-app-brings-back-data/?partner=rss&amp;emc=rss" target="_blank">New York Times</a>, che all’iniziativa di Mundy ha dedicato un articolo , nei termini d’uso di Facebook c’è scritto chiaramente che è l’utente a possedere tutti i contenuti postati su Facebook e ad avere il pieno controllo su di essi e quindi l’ultima decisione di Mark Zuckerberg risulta piuttosto arbitraria. Così una piccola applicazione gratuita come <a href="http://givememydata.com/" target="_blank">Give Me My Data</a> è diventata la via per migliaia di utenti che vogliono esercitare il loro sacrosanto diritto di avere il pieno controllo sulle informazioni postate su Facebook. Purtroppo con Give me My Data non è possibile ripristinare il proprio profilo così come era stato compilato, ma siccome Facebook ha solo spostato i dati e non cancellati, è possibile esportarli nei formati Txt, CSV, XML, DOT, SQL. Nel giro di una settimana l’applicazione è già stata scaricata migliaia di volte e nella pagina <a href="http://www.facebook.com/apps/application.php?id=206330625089" target="_blank">Facebook </a>si possono leggere le istruzioni su come utilizzarla.</p>
<p>da: pcprofessionale.it</p>
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		<title>Cassazione, un limite al tecnocontrollo</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/02/26/cassazione-un-limite-al-tecnocontrollo/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 15:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Cassazione, sezione Lavoro, ha giudicato illegittimo il licenziamento di una donna colta dal datore di lavoro ad accedere ad Internet per motivi personali. Chiarendo che &#8220;la vigilanza sul lavoro non va esasperata dall&#8217;uso di tecnologie&#8221; e che va (secondo quanto stabilito anche nello Statuto dei Lavoratori) mantenuta in una dimensione &#8220;umana&#8221;.
Punto di particolare rilevanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Cassazione, sezione Lavoro, ha giudicato illegittimo il licenziamento di una donna colta dal datore di lavoro ad accedere ad Internet per motivi personali. Chiarendo che &#8220;la vigilanza sul lavoro non va esasperata dall&#8217;uso di tecnologie&#8221; e che va (secondo quanto stabilito anche nello Statuto dei Lavoratori) mantenuta in una dimensione &#8220;umana&#8221;.</p>
<p>Punto di particolare rilevanza è proprio il <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/tecnologia/2010/02/24/visualizza_new.html_1707936598.html" target="_blank">ragionamento</a> fatto dalla Corte circa <strong>l&#8217;utilizzo di misure di controllo dettagliate sulla navigazione del dipendete</strong>. Pur sottolineando che la navigazione deve avvenire &#8220;senza farne troppo abuso&#8221;, infatti, la Cassazione ha rilevato che il software di controllo informatico centralizzato <strong>installato senza un preventivo accordo</strong> costituisce una &#8220;violazione della riservatezza e dell&#8217;autonomia del lavoratore&#8221;.</p>
<p>Già il tribunale di Milano a cui era inizialmente demandata la questione aveva dichiarato illegittimo il licenziamento, considerandolo sproporzionato rispetto agli addebiti contestati alla lavoratrice. Il giudice aveva inoltre ritenuto inutilizzabili i dati prodotti attraverso il software di controllo e aveva tenuto conto solo dei tabulati rilevabili direttamente dal computer della donna, da cui era emerso che i collegamenti sul web erano stati di pochi minuti e che spesso erano avvenuti durante la pausa pranzo. Anche la Corte d&#8217;appello aveva condiviso la tesi dei giudici di primo grado, costringendo l&#8217;azienda a ricorrere in Cassazione.</p>
<p>Con la sentenza 4375 la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di Recordati, ditta farmaceutica che nel 2002 in due occasioni aveva licenziato una dipendente con la motivazione di &#8220;avere usato Internet per ragioni non di servizio in contrasto con il regolamento aziendale&#8221;. La Cassazione ha così disposto il reintegro di Caterina L. sul posto di lavoro.</p>
<p>Per quanto, infatti, alcuni misure siano concesse, il Garante della Privacy e la giurisprudenza si sono più volte espressi per cercare di stabilire i limiti entro cui i datori di lavoro possono muoversi. Nel caso specifico, l&#8217;azienda aveva utilizzato un programma di controllo informatico centralizzato installato, appunto, senza essere previsto da alcun accordo sindacale (né da una commissione interna né autorizzato dall&#8217;Ispettorato del lavoro), venendo meno alla &#8220;garanzia procedurale a vari livelli&#8221; necessaria a legittimare controlli elettronici sui PC dei dipendenti per sapere se accedono a siti Internet per ragioni personali.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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		<item>
		<title>Google, l&#8217;antitrust europea sta solo studiando</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/02/25/google-lantitrust-europea-sta-solo-studiando/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 13:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era stato riportato da un numero corposo di fonti internazionali: una nuova inchiesta antitrust avrebbe atteso al varco Google. Un&#8217;indagine annunciata dallo stesso blog ufficiale della Grande G, precedentemente informata dalla Commissione Europea sulla prossima apertura di un&#8217;analisi approfondita su determinate dinamiche di mercato messe in atto dal quartier generale di Mountain View.
Era stato riportato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era stato riportato da un numero corposo di fonti internazionali: una nuova inchiesta antitrust avrebbe atteso al varco Google. Un&#8217;indagine annunciata dallo stesso blog ufficiale della Grande G, precedentemente informata dalla Commissione Europea sulla prossima apertura di un&#8217;analisi approfondita su determinate dinamiche di mercato messe in atto dal quartier generale di Mountain View.</p>
<p>Era stato riportato, ma non è andata esattamente così. In <a href="http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=MEMO/10/47&amp;format=HTML&amp;aged=0&amp;language=EN&amp;guiLanguage=en" target="_blank">un comunicato ufficiale</a> dell&#8217;Unione Europea, la Commissione del Vecchio Continente ha sì confermato di aver ricevuto degli esposti formali da tre distinte aziende che operano sul web, ma anche che le autorità antitrust sono ancora in <strong>una fase preliminare di studio dei capi d&#8217;accusa</strong> stessi.</p>
<p>Quindi, nelle parole del comunicato europeo, la Commissione <strong>non ha dato avvio ad un&#8217;inchiesta nei confronti di Google</strong>. Ha soltanto informato Mountain View delle lamentele ricevute da parte delle tre società che avevano puntato il dito e parlato di dinamiche di mercato scorrette, di abuso di posizione dominante.</p>
<p>Innanzitutto per aver penalizzato i loro risultati di ricerca, per aver declassato i loro spazi online in quanto pericolosi concorrenti. Foundem &#8211; sito di comparazione dei prezzi legato indirettamente a Microsoft &#8211; aveva infatti sottolineato come BigG utilizzasse dei filtri per penalizzare alcuni risultati di ricerca, mettendoli troppo in basso o rimuovendoli del tutto.</p>
<p>Proteste simili erano piovute su Google dalla Francia, precisamente da una società che gestisce un motore di ricerca specializzato in tematiche legali, ejustice. In una recente intervista, Dominique Barella &#8211; ex-presidente dell&#8217;unione transalpina dei magistrati &#8211; ha illustrato alcuni dettagli su quella che è stata la sua posizione in un documento di circa 40 pagine inviato ai commissari d&#8217;Europa.</p>
<p>Documento che proverebbe &#8211; stando a quanto ha dichiarato Barella &#8211; le scorrette azioni di Google per declassare i risultati di ricerca relativi al search engine ejustice. E non tanto a seguito di interrogazioni con la parola chiave ejustice, che potrebbero condurre l&#8217;utente sulla home page del sito, ma relativamente ai risultati che dovrebbero mostrarne le pagine interne. Barella ha inoltre sottolineato come BigG avesse spiegato che i risultati di ricerca dovessero essere compatibili con i suoi algoritmi. E questo doversi adattare a BigG sarebbe a suo dire scorretto.</p>
<p>Posizioni come quella di ejustice verranno dunque studiate in maniera approfondita dalle autorità europee, che hanno così invitato Google a commentare i capi d&#8217;accusa a suo carico. BigG si era già mostrata sicura di sé, sostenendo che che il suo operato di business fosse sempre rivolto alle esigenze reali degli utenti, in perfetta linea con le leggi del mercato del Vecchio Continente.</p>
<p>Ma una puntualizzazione è stata fatta relativamente ai suoi algoritmi di ricerca, visto che sono stati tirati in ballo. In un secondo post sul blog ufficiale di BigG, un responsabile ha chiarito che specifici interventi umani siano necessari esclusivamente per risultati come quelli collegati a pedopornografia e spamming. A pensare a tutto il resto sono meccanismi automatici, che non hanno alcuna intenzione di privilegiare o penalizzare determinati risultati.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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		<title>Cina, risposta a Google: la censura serve</title>
		<link>http://www.orbitaweb.it/2010/01/15/cina-risposta-a-google-la-censura-serve/</link>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 08:11:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pechino ha emesso la propria sentenza. E, salvo clamorosi dietrofront rispetto alle dichiarazioni rilasciate mercoledì, Google dovrà presto fare le valigie e lasciarsi alle spalle l&#8217;esperienza all&#8217;ombra della Grande Muraglia. I vertici della compagnia di Mountain View avevano infatti spiegato di non volere più sottostare alla censura imposta dal governo cinese, che sostanzialmente limita le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pechino ha emesso la propria sentenza. E, salvo clamorosi dietrofront rispetto alle dichiarazioni rilasciate mercoledì, Google dovrà presto fare le valigie e lasciarsi alle spalle l&#8217;esperienza all&#8217;ombra della Grande Muraglia. I vertici della compagnia di Mountain View <span style="text-decoration: underline;">avevano infatti spiegato di non volere più sottostare alla censura imposta dal governo cinese</span>, che sostanzialmente limita le ricerche di informazioni pretendendo l&#8217;introduzione di filtri che evitino la circolazione di notizie considerate scomode. La portavoce governativa Jang Yu oggi ha annunciato la versione ufficiale dell&#8217;esecutivo guidato da Wen Jiabao: le imprese straniere «sono le benvenute» su Internet se «agiscono in accordo con la legge» cinese. Come dire: potete stare, ma solo se fate come diciamo noi. Ovvero, se i filtri imposti alle ricerche degli utenti restano.</p>
<p><strong>«MA NOI INCORAGGIAMO INTERNET» &#8211; </strong>Google aveva minacciato di chiudere le sue operazioni in Cina dopo aver subito attacchi di «pirati informatici» cinesi che cercavano informazioni riservate sui suoi utenti, in particolare cittadini cinesi oppure aziende straniere che utilizzano i server di posta Gmail. Parlando in una conferenza stampa a Pechino, Jiang Yu ha aggiunto che «in Cina Internet è aperta, noi incoraggiamo lo sviluppo di Internet». La portavoce non ha però chiarito cosa succederà in futuro con Google, che da ieri non usa i «filtri» richiesti dal governo cinese consentendo dunque l&#8217;accesso ad una serie di siti web considerati «proibiti».</p>
<p><strong>«GUIDARE L&#8217;OPINIONE PUBBLICA» &#8211; </strong>Non è stata solo la portavoce del governo a prendere posizione sulla querelle avviata dalla compagnia americana. Il ministro dell&#8217;Ufficio informazioni del consiglio di Stato, Wang Chen, ha detto che pornografia online, frodi e «rumours» rappresentano una minaccia. E ha aggiunto che i media su Internet devono contribuire a «guidare l&#8217;opinione pubblica» in Cina, che conta il maggior numero al mondo di utenti Web, attualmente a quota 360 milioni. Un mercato dunque importantissimo per gli operatori internazionali, che tuttavia, accettando la censura imposta da Pechino, si espongono a dure critiche negli Usa e nel resto del mondo libero. Nelle sue dichiarazioni Wang non ha mai citato espressamente Google. Ma sono parole che pesano, soprattutto la pretesa di «guidare l&#8217;opinione pubblica», che si scontra con uno dei caposaldi della democrazia, ovvero la libertà di opinione. Difficile dunque immaginare un&#8217;intesa attorno ad un qualsivoglia compromesso.</p>
<p><strong>LA POSIZIONE DEGLI USA &#8211; </strong>E ora che succederà? Google terrà fede al proposito di non restare in un mercato soggetto a vincoli democratici tanto ingombranti? Il presidente degli Usa, Barack Obama, ha fatto sapere, proprio in concomitanza con il braccio di ferro avviato da Mountain View, che lui e la sua amministrazione sono «convinti sostenitori della libertà per internet». Gibbs ha ricordato che lo stesso Obama aveva affrontato il tema con le autorità cinesi durante il suo viaggio a Pechino l&#8217;anno scorso.</p>
<p><strong>I POSSIBILI SCENARI &#8211; </strong>Resta ora da vedere se la possibile ritirata di Google verrà vista dalla comunità internazionale come una violazione dei diritti civili a cui far seguire sanzioni o ritorsioni. Per ora, nonostante la presa di posizione di mercoledì, quella del ritiro è solo un&#8217;eventualità. Già in diverse occasioni i principali motori di ricerca erano stati messi sul banco degli imputati per la decisione di assecondare le autorità cinesi nell&#8217;imposizione dei filtri alle ricerche, ovvero limitando la libertà di espressione e di opinione degli individui. Un funzionario dell&#8217; ufficio informazioni governativo cinese ha detto all&#8217; agenzia <em>Nuova Cina </em>che le autorità «stanno cercando di ottenere maggiori informazioni» sulle intenzioni della compagnia americana.</p>
<p><strong>SOCIAL NETWORK BLOCCATI &#8211; </strong>Dall&#8217;altra parte del mondo, negli Usa,  il <em>New York Times</em>, cita «fonti vicine all&#8217; indagine» condotta da Google, e spiega che gli attacchi oggetto della presa di posizione sono stati condotti la scorsa settimana contro 34 «compagnie o entità» che si trovano nella Silicon Valley in California, sede dei server di Google usati da molti cinesi che vogliono sfuggire alla censura. Che non colpisce solo i motori di ricerca, ma anche social network e siti di condivisione come Youtube, Facebook e Twitter. Rebecca MacKinnon, esperta di Internet in Cina, afferma che «Google ha subito negli ultimi mesi ripetute prepotenze e rischia di non poter garantire agli utenti la sicurezza delle sue operazioni». Google, che è la principale concorrente del più popolare motore di ricerca cinese, Baidu.com, è stata messa sotto accusa in Cina per motivi che vanno dalla «diffusione di materiale pornografico», all&#8217; uso senza autorizzazione dei testi di autori cinesi.</p>
<p>da:corriere.it</p>
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		<title>Zuckerberg: ma chi la vuole la privacy?</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 10:17:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La crescita esponenziale del fenomeno Facebook negli ultimi due anni ha fatto sì che il social network nato nel campus di Harvard nel 2004 abbia attirato a sé più di 350 milioni di utenti che di privacy non vorrebbero proprio saperne. A dirlo è Mark Zuckerber, CEO e fondatore del social network, che proprio il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La crescita esponenziale del fenomeno Facebook negli ultimi due anni ha fatto sì che il social network nato nel campus di Harvard nel 2004 abbia attirato a sé più di 350 milioni di utenti che <strong>di privacy non vorrebbero proprio saperne</strong>. A <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2010/jan/11/facebook-privacy" target="_blank">dirlo</a> è Mark Zuckerber, CEO e fondatore del social network, che proprio il mese scorso ha subito un drastico cambiamento delle regole riguardanti la privacy.</p>
<p>Intervistato da Micheal Arrington di TechCrunch, il venticinquenne amministratore delegato ha spiegato che se dovesse trovarsi nelle condizioni di ricostruire Facebook da zero non si farebbe scrupoli ed eliminerebbe tutti gli escamotage che in questi anni hanno permesso agli utenti di selezionare quali informazioni personali condividere con la comunità.</p>
<p>&#8220;Quando ho iniziato nella mia stanza a Harvard &#8211; ha proseguito Zuckerberg &#8211; in molti mi chiedevano per quale ragione qualcuno avrebbe dovuto mettere su Internet qualsiasi tipo di informazione personale&#8221;. Preoccupazioni che, per il giovane boss di Palo Alto, sarebbero poi cadute nell&#8217;oblio: &#8220;Negli ultimi 5-6 anni &#8211; ha precisato &#8211; sono decollati diversi servizi che permettono la condivisione di informazioni sulla Rete e la gente non solo ha accolto serenamente l&#8217;idea di spargere nel Web questa sua parte di intimità, ma addirittura lo ha fatto con una grande varietà di persone e sempre più apertamente. È una norma sociale che si è evoluta con il tempo&#8221;. </p>
<p>In poco più di cinque minuti di intervista Zuckerberg ha trovato il tempo per definire se stesso e la sua azienda come soggetti investiti di un ruolo fondamentale: quello di motore portante dell&#8217;innovazione e specchio dei mutamenti delle dinamiche sociali. Dinamiche che non sembrano più includere la privacy tra le caratteristiche principali.</p>
<p>da: punto-informatico.it</p>
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		<title>La macchina del «web suicidio» che vi libera da tutti i social network</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 09:08:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Basta con Facebook. Via anche da Twitter, Myspace e LinkedIn. Per gli internauti che puntavano a staccarsi completamente dalla rete, cancellare in modo definitivo tutti i propri dati, le foto e il profilo personale dalla blogosfera, Internet offriva da qualche settimana un&#8217;opportunità accattivante: un portale gratuito, chiamato emblematicamente «Suicide Machine», dove bastava un clic per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Basta con Facebook. Via anche da Twitter, Myspace e LinkedIn. Per gli internauti che puntavano a staccarsi completamente dalla rete, cancellare in modo definitivo tutti i propri dati, le foto e il profilo personale dalla blogosfera, Internet offriva da qualche settimana un&#8217;opportunità accattivante: un portale gratuito, chiamato emblematicamente «Suicide Machine», dove bastava un clic per «suicidarsi» dal web 2.0. La pagina online, dopo il boom d&#8217;accessi e centinaia di utenti che hanno eliminato il proprio account nel giro di poche ore, è stata bloccata da Facebook. Infuirati gli utenti.</p>
<p><strong>TESTAMENTO VIRTUALE -</strong> Ci si mette quasi una giornata intera per cancellare manualmente tutte le nostre tracce dall&#8217;infinito mondo dei social network. L&#8217;applicazione suicida, online da circa due settimane, offriva la possibilità di saltare infinite lungaggini: grazie ad uno script, uno username e una password si poneva fine, in meno di un&#8217;ora, ad una identità virtuale. Inoltre, aggiungendo un testo nella casella «ultime parole» l&#8217;utente lasciava persino un suo testamento virtuale. «Questa macchina cancella tutti i profili dal social network che ci costano un&#8217;infinità di energie, uccide tutti i falsi amici virtuali ed elimina completamente il vostro alter ego dal web 2.0», recita un&#8217;avvertenza per l&#8217;uso. «Attenzione, una volta avviato il suicidio virtuale, la progressione è inarrestabile».</p>
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<p><strong>IL BLOCCO -</strong> Dopo più di 50.000 amici cancellati e circa 500 profili disattivati, Facebook ha deciso di assassinare «Suicide Machine», bloccando di fatto l&#8217;accesso a http://suicidemachine.org. Senza motivare la scelta o dare spiegazioni, hanno comunicato i gestori del servizio moddr di Rotterdam. Un rappresentante di Facebook<a rel="nofollow" href="http://latimesblogs.latimes.com/technology/2010/01/facebook-fights-back-disallows-the-suicide-machine.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"> ha raccontato ai media americani </span></a>che la raccolta di dati d&#8217;accesso e la cancellazione dei contenuti contravviene alle disposizioni d&#8217;utilizzo di Facebook (Statement of Rights and Responsibilities, Srr). Oltre a ciò, il colosso di Palo Alto si è riservato di intraprendere procedimenti legali contro «Suicide Machine». A dicembre Facebook aveva bloccato il portale Seppukoo, che offriva un servizio simile. «Stiamo lavorando per ripristinare al più presto il sito e aggirare il blocco», ha spiegato Gordan Savicic di moddr. «Dopo un upgrade del server la &#8216;macchina suicida&#8217; dovrebbe ripartire a breve», ha però annunciato Savicic.</p>
<p>da:corriere.it</p>
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		<title>Browser portabili, server proxy e la privacy</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 12:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[browser]]></category>
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		<description><![CDATA[Durante il normale funzionamento di un browser viene creata una grande quantità di file temporanei. Ogni volta che si apre una pagina web molte delle sue componenti devono essere scaricate sul computer prima di procedere alla loro impaginazione e visualizzazione.
Pulsanti, immagini, animazioni e tutti gli altri elementi delle pagine visitate possono rimanere nelle cartelle dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante il normale funzionamento di un browser viene creata una grande quantità di file temporanei. Ogni volta che si apre una pagina web molte delle sue componenti devono essere scaricate sul computer prima di procedere alla loro impaginazione e visualizzazione.</p>
<p>Pulsanti, immagini, animazioni e tutti gli altri elementi delle pagine visitate possono rimanere nelle cartelle dei file temporanei del computer su cui viene eseguito il browser. Se la navigazione avviene su un Pc a uso esclusivo dell’utente ciò non comporta alcun problema, in quanto il materiale rimane privato. Se il Pc viene condiviso tra più utenti oppure è dedicato a scopi lavorativi, invece, possono presentarsi problemi di privacy.</p>
<p>Sebbene la maggior parte degli elementi salvati nelle directory temporanee sia scarsamente significativo (per esempio, un rettangolo blu con al centro la scritta Ok dice ben poco del contenuto della pagina web di cui era parte), vi sono casi in cui possono rivelare informazioni personali.</p>
<p>L’utilizzo di un browser portabile, eseguibile da un supporto esterno diverso dall’hard disk del computer, consente di aggirare questo problema: eventuali file temporanei non rimangono più sulla memoria di massa centrale del Pc, ma sono creati sul supporto dell’utente (nella maggior parte dei casi un pendrive Usb). Pur risolvendo il problema dei file temporanei, della cronologia, dei cookie e di altre informazioni sensibili, questo metodo non può impedire che il fornitore della connettività adotti altre tecniche di monitoraggio dell’utilizzo della rete. Nel caso specifico, il server proxy al quale il browser deve fare riferimento per ottenere la connessione serve proprio a mantenere una statistica dei siti più visitati e fornire eventuali funzionalità di caching che possono ridurre la banda sprecata in accessi ripetuti alle stesse informazioni.</p>
<p>Come è facile immaginare, per costruire una statistica attendibile è necessario mantenere un archivio storico con un numero di accessi rilevante. È quindi probabile che per ogni utente della rete aziendale siano mantenute le registrazioni degli indirizzi dei siti visitati per un arco di tempo di almeno qualche mese.</p>
<p>Meno probabile è l’adozione di strategie di logging del traffico, ovvero che venga tenuta una copia di tutte le informazioni che transitano attraverso il server proxy: questa funzione richiederebbe uno spazio di archiviazione enorme e avrebbe un impatto non trascurabile sull’efficienza della rete aziendale. Concludendo, la scelta di utilizzare un browser portabile elimina i problemi di privacy derivanti dai file prodotti durante la navigazione, ma non rende del tutto anonimi gli accessi alla Rete. Quest’ultimo scopo, nella maggior parte dei casi, non è ottenibile.</p>
<p>da:pcprofessionale.it</p>
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		<title>Maroni: l&#8217;autoregolamentazione può bastare</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 07:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>
		<category><![CDATA[Web]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[No alle leggi che regolamentino Internet come se fosse un mondo diverso da quello abbracciato dall&#8217;ordinario quadro normativo, ma una linea di condotta comune da adottare per fronteggiare e prevenire situazioni in cui la libertà di espressione sconfina massicciamente in quello che potrebbe essere giudicato un reato. I rappresentanti degli operatori della rete, Facebook in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>No alle leggi che regolamentino Internet come se fosse un mondo diverso da quello abbracciato dall&#8217;ordinario quadro normativo, ma una linea di condotta comune da adottare per fronteggiare e prevenire situazioni in cui la libertà di espressione sconfina massicciamente in quello che potrebbe essere giudicato un reato. I rappresentanti degli operatori della rete, Facebook in primis, si erano rivolti direttamente ai rappresentanti del governo dopo che, a seguito dell&#8217;aggressione al Premier e del polverone sollevato fra bacheche e profili, si era brandita la minaccia di leggi ad hoc che punissero cittadini e piattaforme, responsabili di certe sortite e intermediari della rete.</p>
<p>Si punterà invece su un codice di autoregolamentazione: così è stato stabilito nel corso dell&#8217;incontro che si è svolto nel pomeriggio presso il Viminale, incontro che ha messo a confronto prospettive e competenze del vice ministro delle Comunicazioni Paolo Romani, del capo della polizia Antonio Manganelli, del consigliere ministeriale con delega alla sicurezza informatica Domenico Vulpiani, del capo della polizia postale Antonio Apruzzese, dei rappresentanti del ministero delle Politiche Giovanili, ma anche delle aziende, fra cui Confindustria, Assotelecomunicazioni, Associazione italiana internet provider, British Telecom, Fastweb, H3g, Vodafone, Wind, Telecom, Facebook, Google e Microsoft.</p>
<p>Il ministro Maroni, che aveva minacciato repressione a mezzo chiusure e oscuramenti imposti dalle autorità per le pagine che ospitassero incitazioni alla violenza, sembra aver cambiato punto di vista: &#8220;Abbiamo affrontato il tema di come impedire la commissione di gravi reati su Internet e come rimuoverne i contenuti &#8211; ha spiegato Maroni &#8211; La strada da seguire è quella di un accordo fra tutti definendo un codice di autoregolamentazione che coinvolga tutti i soggetti interessati, evitando interventi di autorità&#8221;.</p>
<p>È possibile che il Ministro sia stato informato dell&#8217;impossibilità di agire in maniera chirurgica nelle rimozioni, è possibile che abbia compreso le dinamiche del ruolo svolto dagli intermediari della rete, costretti a confrontarsi con un&#8217;enorme mole di contenuti caricati dai netizen: per questo non fa più riferimento alla soluzione finale dell&#8217;intervento delle autorità ma invita gli operatori della rete alla collaborazione, affinché le segnalazioni relative a un contenuto inadatto vengano elaborate in maniera tempestiva e coerente, in modo da agire più che prontamente qualora i contenuti violassero la legge.</p>
<p>Non sarebbe dunque necessario l&#8217;avvento di alcuna legge repressiva come l&#8217;emendamento D&#8217;Alia che gravi sugli intermediari attribuendo loro responsabilità mai descritte dalla legge, né di alcuna legge come il DDL Lauro, che attribuisca delle pene particolarmente pesanti ai cittadini che si macchino di reati commessi a mezzo comunicazione telefonica o telematica. Sarebbe sufficiente quello che Maroni definisce un accordo, un codice di autoregolamentazione che coinvolga tutti gli operatori della rete &#8211; in Italia e all&#8217;estero, auspica il Ministro &#8211; che tracci delle linee guida per l&#8217;intervento qualora attraverso le piattaforme in rete i cittadini si intrattengano in condotte sospettate di essere illegali. Sarebbe a parer di Maroni &#8220;il primo caso al mondo&#8221; in cui si potrebbe realizzare &#8220;un grande accordo di responsabilità fra tutti gli operatori&#8221; capace di bilanciare le esigenze della &#8220;libertà di espressione del pensiero e quella di rimuovere contenuti che integrino gravi reati&#8221;.</p>
<p>Non bastano dunque le policy adottate finora dagli intermediari della rete, basate sulle rimozioni sollecitate dalle segnalazioni degli utenti. Le loro proposte verranno vagliate e confluiranno nel prossimo incontro previsto per metà gennaio.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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