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	<title>orbitaweb.it &#187; Web</title>
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	<description>Il meglio dal mondo web... e da ciò che gli gira attorno</description>
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		<title>La guerra dei formati video su web</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 07:21:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nei giorni scorsi sul web ha avuto ampia eco il post di Steve Jobs in cui il fondatore di Apple motiva la scelta di non aver incluso il supporto al formato Flash negli iPod e negli iPhone.
Sebbene Flash sia il formato in uso in almeno il 75% dei video che si trovano sul web, più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei giorni scorsi sul web ha avuto ampia eco il post di Steve Jobs in cui il fondatore di Apple motiva la scelta di non aver incluso il supporto al formato Flash negli iPod e negli iPhone.<br />
Sebbene Flash sia il formato in uso in almeno il 75% dei video che si trovano sul web, più o meno la stessa percentuale di video è anche disponibile in formato H.264, lo standard di compressione utilizzato dall’Html 5 e supportato da iPhone, iPod e iPad. Non solo, dopo la dichiarazione di Steve Jobs il giorno dopo Microsoft ha fatto sapere che Internet Explorer 9.0 supporterà solo l’HTML video e il codec H.264.<br />
Oggi il blog tecnologico <a href="http://techcrunch.com/2010/05/01/h-264-66-percent-web-video/?utm_source=feedburner" target="_blank">TechCrunch</a> pubblica un interessante grafico che traccia il trend di mercato per i due formati video: Flash e H.264. Nell’ultimo anno il formato H.264 è passato dal rappresentare il 31% dei video su web al 66%, mentre Flash (con i formati Flash Vp6 che contiene il codec Vp6 e Flv che include il vecchio codec H.263) oggi rappresenta solo il 26% di tutti i video postati sul web. Non solo come ha ricordato lo stesso Steve Jobs tutti i video su YouTube sono disponibili in H.264 e YouTube da solo fa il 40% di tutti i video che circolano sul web. Insomma ancora una volta è la community del web che decreta il successo o meno di una tecnologia, e i costruttori non possono che adeguarsi di conseguenza.</p>
<p>da: pcprofessionale.it</p>
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		<title>Il volto imperfetto dell&#8217;iPad</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 07:02:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il day after, ovvero il giorno in cui l’iPad ha mostrato il suo volto imperfetto. L’infatuazione iniziale si stempera già in una disincantata routine: mi sento come un bambino che si è stancato subito dell’ultimo, rivoluzionario gadget che gli hanno appena regalato. È la vigilia di Pasqua e dopo aver scritto due pezzi piuttosto entusiasti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il day after, ovvero il giorno in cui l’iPad ha mostrato il suo volto imperfetto. L’infatuazione iniziale si stempera già in una disincantata routine: mi sento come un bambino che si è stancato subito dell’ultimo, rivoluzionario gadget che gli hanno appena regalato. È la vigilia di Pasqua e dopo aver scritto due pezzi piuttosto entusiasti sul nuovo tablet per il mio giornale, salgo sul treno per Woodstock dove andrò a trascorrere il week-end.<br />
E qui il mio amato gioiellino mostra le sue prime magagne. Lo estraggo dalla borsetta – dove è entrato senza difficoltà grazie alla sua taglia super leggera – e clicco sull’icona Safari per navigare in Internet. «Accesso negato», mi risponde subito una finestrella pop-up. «Che stupida», rifletto tra me e me, scordavo di aver acquistato il modello che funziona solo in Wi-Fi. Per collegarmi nei luoghi dove non c’è connessione wireless avrei dovuto aspettare il modello Wi-Fi/3G/A-GPS, nei negozi Usa alla fine del mese. Decido di chiamare il numero verde della Apple per sapere se posso cambiare il tablet, acquistando quello con scheda AT&#038;T incorporata che – attraverso una connessione telefonica cellulare &#8211; mi permetterebbe di farlo funzionare ovunque. «Certo che può cambiarlo», mi risponde un centralinista, gentilissimo, dall’altra parte del filo (cambiare la merce acquistata, qualsiasi essa sia, è comunissimo, in America), «Però dovrà pagare una penale del 10%». Il vero ‘scoglio’, mi spiega l’operatore, è un altro. «L’abbonamento AT&#038;T vale solo per gli Stati Uniti», «se viaggia all’estero, è soggetta a roaming, come un normale cellulare. Sempre che non voglia acquistare il servizio dati di una compagnia telefonica locale». Lo ringrazio e riattacco.</p>
<p>Il roaming, come sa bene chi viaggia spesso, può raggiungere tariffe esorbitanti. E non me la sento di acquistare una micro SIM per ogni paese che visito. A questo punto mi conviene viaggiare portandomi dietro il PC portatile, per quanto obsoleto, in dotazione dal mio giornale, dove la connessione Internet almeno è gratuita. «Io ho rinunciato all’iPad proprio per questo motivo», mi spiega al telefono un’amica che fa la spola tra Londra e New York, «Non posso permettermelo».</p>
<p>L’indomani mattina, domenica, accendo il mio iPad per scrivere un articolo. Non posso farlo. Tranne il Blocco Note giallo &#8211; «Notes» &#8211; non esiste un programma di scrittura. Su suggerimento di un amico, scarico «Pages», un’applicazione compatibile con Word. Sono andata sul sito dell’Apple Store, dove con 9.99 dollari ho potuto comprare quello che, molto modestamente, la Apple definisce «il più bel programma di videoscrittura mai disegnato per un dispositivo mobile». In effetti, l&#8217;interfaccia di «Pages» è molto simile a quella di Word e poi Pages ti permette anche il salvataggio di documenti in Word, proprio come Numbers e Keynote, i programmi gemelli, rispettivamente, di Excel e PowerPoint. Navigando in rete, scopro anche che per $69 dollari posso acquistare l’Apple Wireless Keyboard, una tastiera esterna senza fili. Forse questo risolverebbe in parte il problema delle ditate sullo schermo, sempre più fastidioso ma non quello dell’eccessiva luminosità dello schermo che, sotto il già cocente sole primaverile, diventa praticamente illeggibile.</p>
<p>Se volessi chiamare mio fratello in India con Skype non potrei neppure vederlo perché il mio iPad non possiede una Webcam, al contrario della stragrande maggioranza dei miniportatili che in America ormai hanno raggiunto prezzi stracciati. Chiamo di nuovo la Apple per lamentarmi del problema e l’operatore cerca di vendermi l’estensione della garanzia per la non proprio modica cifra di 99 dollari. «Il suo attuale supporto tecnico telefonico dura solo 90 giorni», mi avverte. Un’amica che si è fatta prendere la mano ha già speso altri 500 dollari in applicazioni e accessori vari. Sono delusa. Mi rendo conto che, oltre ad essere una macchina succhia–soldi, l’iPad, da solo, non potrà mai sostituire del tutto il mio portatile, anche perché l’assenza di una porta USB mi impedisce di collegarlo alla mia stampante non wireless. Eppure, se dovessi tornare indietro, lo riacquisterei. Perché è bello, leggero, velocissimo, intuitivo e facile da usare. E perché lo posso portare con me ovunque, come un ombrello, un quotidiano e un libro.</p>
<p>da:corriere.it</p>
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		<title>La Cina dichiara guerra alla Rete</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 12:43:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Violate alcune caselle e-mail di giornalisti di istanza in Cina e a Taiwan. Benché non si sia ancora certi che questi attacchi siano stati voluti dal governo di Pechino sono troppe le somiglianze con quelli recenti perpetrati ai danni di Google e che hanno dato il via ad una querelle tra le autorità e Big [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Violate alcune caselle e-mail di giornalisti di istanza in Cina e a Taiwan. Benché non si sia ancora certi che questi attacchi siano stati voluti dal governo di Pechino sono troppe le somiglianze con quelli recenti perpetrati ai danni di Google e che hanno dato il via ad una querelle tra le autorità e Big G, convincendo quest’ultimo a lasciare progressivamente il mercato cinese.<br />
Dopo Google è ora Yahoo a finire sotto il fuoco nemico. Il Foreign Correspondant Club of China (FCCC) ha comunicato che sono almeno otto le caselle e-mail di altrettanti giornalisti ad essere state violate. Nello stesso istante avverte i propri membri di preferire altri canali di comunicazione, soprattutto se stanno trattando temi che il governo cinese ritiene essere sensibili, poiché l’e-mail, almeno in Cina, non è uno strumento sicuro.</p>
<p>Il sito dell’FCCC proprio mentre stiamo scrivendo questo articolo è inaccessibile (http://www.fccchina.org/). Sale così il numero di attacchi a siti ritenuti “ostili”, tra i quali non solo i due colossi americani ma anche diverse organizzazioni non governative attive nell’ambito della difesa dei diritti umani. Clifford Coonan, corrispondente dalla Cina per “The Times” e “The Indipendent” ha riferito di avere avuto problemi con il proprio account Yahoo e, dopo avere contattato l’assistenza, gli è stato detto che, per questioni di sicurezza, è stato disabilitato e poi ripristinato.</p>
<p>Sempre secondo Coonan gli è stato sconsigliato di continuare ad usare il proprio indirizzo e-mail Yahoo poiché c’è il rischio che qualcuno sia in grado di monitorare la sua corrispondenza. Sono ancora poche le informazioni a riguardo. Otto mailbox violate non sono sufficienti per lanciare l’allarme, nelle prossime ore si saprà di più e, per altro, se queste violazioni riguardassero anche le caselle di posta di persone che non hanno nulla a che fare con il giornalismo, la faccenda assumerebbe tonalità meno scure. Quello cinese, con oltre 400 milioni di utenti, è il più grande mercato Internet del mondo e questo permette alle autorità di avere il coltello dalla parte del manico perché i colossi del web hanno più bisogno della Cina di quanto questa ne abbia di loro.</p>
<p>da:tgcom.mediaset.it</p>
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		<title>Murdoch: una sterlina per il web</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 08:42:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;aveva più volte annunciato, non facendo affatto mistero del suo agguerrito desiderio di costruire quello che The Guardian aveva chiamato un pay-wall per il web. Rupert Murdoch, il tycoon di origini australiane a capo del colosso mediatico News Corp, ha dunque fatto la sua nuova mossa sull&#8217;infuocato scacchiere dell&#8217;editoria online. Una mossa pesante, che potrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;aveva più volte annunciato, non facendo affatto mistero del suo agguerrito desiderio di costruire quello che The Guardian aveva chiamato un pay-wall per il web. Rupert Murdoch, il tycoon di origini australiane a capo del colosso mediatico News Corp, ha dunque fatto la sua nuova mossa sull&#8217;infuocato scacchiere dell&#8217;editoria online. Una mossa pesante, che potrebbe cambiare radicalmente il futuro del giornalismo generalista sulla Rete.</p>
<p>A partire dall&#8217;inizio di giugno, i siti web di The Times e The Sunday Times (che poi è l&#8217;edizione della domenica del popolare quotidiano britannico) saranno accessibili solo a pagamento. Questo il listino prezzi: i lettori della Rete dovranno versare 1 sterlina (1,10 euro) per ottenere un&#8217;intera giornata di consultazione. Oppure 2 sterline per poter accedere a tutti i contenuti nell&#8217;arco di un&#8217;intera settimana.</p>
<p>Ovviamente esclusi tutti coloro che hanno già sottoscritto un abbonamento all&#8217;edizione cartacea di The Times, abilitati alla consultazione gratuita della versione online. Tutti gli altri dovranno pagare, come già i lettori di altri quotidiani del colosso News Corp, The Wall Street Journal e The Financial Times.</p>
<p>Ma si tratta di quotidiani specializzati in ambito economico-finanziario, non generalisti come ad esempio proprio The Times. &#8220;In un momento cruciale per il giornalismo &#8211; ha spiegato Rebekah Brooks, amministratore delegato della società &#8211; questo è un passo fondamentale per rendere il business delle notizie un&#8217;impresa economicamente entusiasmante&#8221;. Il sito TimesOnline verrà dunque sdoppiato, in modo da separare i contenuti dell&#8217;edizione domenicale.</p>
<p>Per James Harding, direttore di The Times, si tratta di una decisione certo rischiosa, ma essenziale per non permettere che il futuro del giornalismo vada in fumo. Come poi sottolineato dalla stessa Brooks, altri giornali del gruppo NewsCorp seguiranno la strada pay di The Times, a partire da The Sun e da News Of The World. Brooks è stata chiara: tutto questo &#8220;è solo l&#8217;inizio&#8221;.</p>
<p>da:punto-informatico.it</p>
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		<title>La Rete mette sotto la lente il testo del Decreto Romani</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 14:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A poche ore dalla notizia dell&#8217;approvazione del Decreto Romani da parte del Consiglio dei Ministri, arrivano le prime analisi sul testo della norma. Il nuovo impianto del decreto appare mutato rispetto alla versione iniziale: vengono infatti esclusi dai provvedimenti i siti web gestiti da privati, i contenuti prodotti dagli utenti, le comunità d&#8217;interesse. Quando si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A poche ore dalla notizia dell&#8217;approvazione del Decreto Romani da parte del Consiglio dei Ministri, arrivano le prime analisi sul testo della norma. Il nuovo impianto del decreto appare mutato rispetto alla versione iniziale: vengono infatti esclusi dai provvedimenti i siti web gestiti da privati, i contenuti prodotti dagli utenti, le comunità d&#8217;interesse. Quando si parla di &#8220;servizi di media audiovisivi&#8221;, il decreto esclude infatti &#8220;i servizi prestati nell’esercizio di attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti Internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse; ogni forma di corrispondenza privata, compresi i messaggi di posta elettronica; i servizi la cui finalità principale non è la fornitura di programmi; i servizi nei quali il contenuto audiovisivo è meramente incidentale e non ne costituisce la finalità principale&#8221;. A proposito di quest&#8217;ultimo punto vengono citati, a titolo esemplificativo, i siti Internet che contengono elementi audiovisivi puramente accessori, come elementi grafici animati, brevi spot pubblicitari o informazioni relative a un prodotto o a un servizio non audiovisivo; i giochi in linea; i motori di ricerca; le versioni elettroniche di quotidiani e riviste; i servizi testuali autonomi; i giochi d’azzardo con posta in denaro, ad esclusione delle trasmissioni dedicate a giochi d’azzardo e di fortuna.</p>
<p>L&#8217;avvocato Guido Scorza, uno dei più autorevoli esperti di diritto informatico e di tematiche connesse alla libertà di espressione ed alle politiche di innovazione, ha sollevato &#8211; sul suo blog &#8211; qualche dubbio circa l&#8217;adeguatezza della terminologia utilizzata nel provvedimento. &#8220;La tecnologia va più in fretta del legislatore e, quindi, già domani mattina, dinanzi ad una nuova piattaforma di condivisione di contenuti audiovisivi &#8211; ipotizziamo un “video-twitter” &#8211; occorrerà provare a collocarla in una delle categorie escluse e, qualora &#8211; come appare probabile &#8211; ciò non risulti possibile, qualificarla come “servizio media audiovisivo” con ogni conseguenza per il suo gestore&#8221;, ha osservato Scorza.</p>
<p>Secondo la normativa approvata, inoltre, anche un videoblog di modesto successo che esponga inserzioni pubblicitarie traendone così profitto sarebbe da considerarsi un &#8220;servizio media audiovisivo&#8221; e quindi non escluso dalla nuova disciplina.</p>
<p>AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) ha duramente criticato il provvedimento bocciandolo senza mezzi termini e parlando addirittura di &#8220;Grande Fratello&#8221; di Stato. Nel comunicato ufficiale, AIIP osserva come il decreto legislativo possa imporre agli operatori di accesso ad Internet, attraverso l&#8217;attività di AGCOM, l&#8217;adozione di misure tecniche a protezione dei diritti delle emittenti televisive quali, ad esempio, il filtraggio dell&#8217;accesso alla Rete, l&#8217;oscuramento di siti ed il blocco di servizi. &#8220;In questo modo&#8221;, scrive AIIP, &#8220;si sottraggono pericolosamente le attività al controllo della magistratura civile e penale, trasformando di fatto i provider in sceriffi della Rete&#8221;.<br />
Sempre secondo il parere di AIIP, il provvedimento resterebbe molto difforme dalla direttiva europea sui servizi media audiovisivi (2007/65/CE) che vorrebbe attuare. &#8220;Il Decreto sembra istituire un regime di controllo per cui sia l&#8217;Internet Provider che il Service Provider sono responsabili editoriali, persino per le violazioni del diritto d&#8217;autore compiute da terzi tramite audiovisivi&#8221;, si legge nel comunicato di AIIP.</p>
<p>L&#8217;On. Cassinelli, parlamentare-blogger, aveva così commentato l&#8217;approvazione del decreto: &#8220;il testo definitivo non lascia spazio ad equivoci. Non c&#8217;è alcuna volontà di imbavagliare i blog e YouTube. (&#8230;) Si tratta di un testo giuridicamente corretto, che non mina in alcun modo la libertà di espressione e la creatività degli utenti della rete&#8221;.</p>
<p>da:ilsoftware.it</p>
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		<title>Per gli over sessanta la riscossa è sul web</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 10:15:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La signora Giovanna ha 82 anni, è rimasta vedova due anni fa e la sua grande gioia è comunicare con figli e nipoti. E’ diventata bisnonna l’anno scorso e per vedere i progressi del piccolo Giuliano si è fatta installare una webcam sul personal computer e si collega via Skype con la nipote musicista d’orchestra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La signora Giovanna ha 82 anni, è rimasta vedova due anni fa e la sua grande gioia è comunicare con figli e nipoti. E’ diventata bisnonna l’anno scorso e per vedere i progressi del piccolo Giuliano si è fatta installare una webcam sul personal computer e si collega via Skype con la nipote musicista d’orchestra in tournée a Salisburgo. Lei, che in famiglia era soprannominata «centralino» e aveva sempre il telefono bollente, ha annullato così il costo della bolletta e ha anche la soddisfazione, video-telefonando dal computer, di vederlo quando vuole &#8211; quasi fosse lì &#8211; il pronipotino che muove i primi passi.</p>
<p>Chi pensa che Internet sia roba solo da ragazzini «nativi digitali» farà meglio a ricredersi: la Rete è diventata matura e da quattro anni a questa parte gli anziani che navigano sul Web sono aumentati in maniera esponenziale, registrando la percentuale maggiore di incremento nell’utilizzo di nuove tecnologie e pc rispetto al resto della popolazione. Per la precisione dell’81 per cento, spiegano i ricercatori dell’Istat: che snocciolano cifre interessanti anche per le aziende che cercano di accaparrarsi il mercato degli over-sessanta. L’uso del pc nella fascia tra i 60 e 64 anni è passato dal 13,8% del 2005 al 25% nel 2009 e dal 5,5% al 9,9% per la fascia 65-74 anni. Nello stesso arco temporale l’uso di Internet è schizzato dal 10,8% al 22,8% per i 60-64enni e dal 3,9% all’8,5% per i 65-74enni. Rispetto alle fasce d’età più giovani, gli anziani restano tra i minori utilizzatori e possessori di nuove tecnologie ma, considerando il crescente invecchiamento della popolazione, la tendenza è di un forte aumento.</p>
<p>«I nonni, il più delle volte, imparano con i nipoti» spiega Miria Savioli, ricercatrice Istat. Ma non mancano gli studenti veri e propri: nel 2009 ha partecipato a corsi per l’uso del pc il 43,4% dei 60-64enni e il 32,7% dei 65-74enni e sono numerosi i corsi avviati da Regioni e Comuni e rivolti proprio ai più anziani. Che inviano e ricevono mail (78% tra 60-64enni; 75% tra 65-74enni; 69,5% tra over 75); cercano informazioni su merci e servizi (per le tre fasce d’età rispettivamente il 66%, il 62% e il 54%); consultano Internet per apprendere (64,8%, 64,4%, 65,9%). Il colpo di fulmine per il web è scattato anche per leggere giornali (51,2%, 47,9%, 50,8%), per cercare informazioni sanitarie (47,5%, 42,1%, 44,5%) e per telefonare via Internet (13,1%, 16,4%) o effettuare video-chiamate (11%, 11,6%). Mentre gli anziani sempre più all’avanguardia usano Internet pure per ordinare o comprare merci e servizi: il 22,2% dei 60-64enni e il 15,4% dei 65-74eni. Gli acquisti riguardano soprattutto viaggi e vacanze (43,3% per i 60-64enni e 30,7% per i 65-74enni) e attrezzature elettroniche come fotocamere (18,7% e 17,5%). Arrivano in commercio anche i primi prodotti informatici a «misura di anziano», come il programma Eldy, messo a punto da una onlus e scaricato già 200 mila volte: è applicabile a tutti i tipi di pc e permette di utilizzare il computer in maniera facilitata e intuitiva.</p>
<p>Quando i ragazzi passano a trovare nonna Giovanna, le installano le ultime novità in fatto di tecnologie o le mostrano siti Web utili per semplificarsi la vita. Ma l’esempio le è arrivato anche dalla tivù: «Guardavo un programma e per saperne di più mi dicevano di collegarmi al sito www&#8230;., ma io non sapevo neppure cosa fosse un “www”». Adesso è tutto un passa-parola con le amiche: ormai sono in tante a fare la spesa online evitando il freddo e la fatica di trasportare fino a casa pesanti sacchetti; o a cercare su Google le informazioni sulle programmazioni degli spettacoli al cinema o a teatro prima di prenotare i biglietti; o a scegliersi un sottofondo musicale mentre stirano o ancora a cercare una ricetta esotica per sorprendere un ospite improvviso. E l’appuntamento spesso è via email o via chat tramite Instant Messenger o Facebook: con il computer sempre acceso e connesso, si intrattengono anche solo per commentare la trasmissione tivù preferita. Non si sente mai sola nemmeno l’amica Ada, che è un po’ sorda, ma da quando ha scoperto la messaggeria istantanea ha risolto i problemi di udito comunicando per iscritto in tempo reale. «Internet è anche un modo per socializzare» ammette Giorgio, 68 anni, pensionato milanese vedovo che, dopo aver frequentato il corso informatico offerto dal Comune, continua a «studiare». Impegnato a decifrare i comandi di un nuovo computer portatile «touch-screen» senza tastiera per iscriversi a un’agenzia di incontri occasionali in rete, sorride divertito: «Non si finisce mai di imparare, ma io non ho niente di meglio da fare. E ho tutta la pazienza del mondo».</p>
<p>da:lastampa.it</p>
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		<title>Wikimedia riceve una donazione da 2 milioni di dollari da Google</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 08:16:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il famoso &#8220;don&#8217;t be evil&#8221; sembra che sia stato rispolverato di recente a Mountain View, la compagnia ha infatti deciso di effettuare una donazione di ben 2 milioni di dollari a Wikimedia, la compagnia che gestisce il noto progetto Wikipedia: l&#8217;enciclopedia online più grande del mondo si prefigge ogni anno il raggiungimento di una quota [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il famoso &#8220;don&#8217;t be evil&#8221; sembra che sia stato rispolverato di recente a Mountain View, la compagnia ha infatti deciso di effettuare <strong>una donazione di ben 2 milioni di dollari a Wikimedia</strong>, la compagnia che gestisce il noto progetto Wikipedia: l&#8217;enciclopedia online più grande del mondo si prefigge ogni anno il raggiungimento di una quota necessaria per il suo mantenimento, l&#8217;ultimo dato parla di un totale di 8 milioni di dollari raccolti tramite le donazioni, più che sufficenti per alimentare il progetto principale e tutti quelli ad esso collegati.</p>
<p>Le spese primarie sono evidentemente dovute a server e banda, la compagnia non usa data center sterminati come si potrebbe pensare, ma ha in ogni caso un discreto consumo di banda e la necessità di qualche centinaio di macchine, suddivise nella distribuzione dei contenuti.</p>
<p>La donazione di Google giunge nonostante un progetto interno concorrente, <a href="http://knol.google.com/k"><strong>Knol</strong></a> è infatti la risposta pensata negli uffici del Google Plex per contrastare Wikipedia, iniziativa, che come capita spesso, non ha avuto il successo sperato ed è quindi passata in secondo piano.</p>
<p>Una curiosità: l&#8217;annuncio della donazione per ora è giunto solamente grazie ad un messaggio di Walles (fondatore di Wikipedia, ndr) sul proprio account <a href="http://twitter.com/jimmy_wales/status/9215187878">Twitter</a>.</p>
<p>da:hostingtalk.it</p>
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		<title>Perché il potere ha paura del web</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 08:21:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il nostro obiettivo è cambiare il mondo&#8221;, è uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all&#8217;inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l&#8217;indirizzo locale segnato dal suffisso &#8220;. cn&#8221;, dichiarò: &#8220;Siamo qui in Cina per rimanerci sempre&#8221;. Ora quelle due affermazioni &#8211; cambiare il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il nostro obiettivo è cambiare il mondo&#8221;, è uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all&#8217;inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l&#8217;indirizzo locale segnato dal suffisso &#8220;. cn&#8221;, dichiarò: &#8220;Siamo qui in Cina per rimanerci sempre&#8221;. Ora quelle due affermazioni &#8211; cambiare il mondo, rimanere in Cina &#8211; sono diventate tra loro inconciliabili. Se Google non accetta le regole di Pechino, e la censura delle autorità locali, la sua avventura cinese dovrà chiudersi. Lo scontro epico che si è aperto fra la più grande potenza di Internet e la più grande nazione del pianeta, è destinato a ridefinire nei prossimi anni l&#8217;architettura globale del web, i limiti geopolitici della libertà d&#8217;informazione, e il nuovo concetto di sovranità nello spazio online.</p>
<p>Il precipitare degli eventi ha colto tutti di sorpresa, almeno in Occidente. Questo copione non è stato scritto né a Mountain View, il quartier generale di Google nella Silicon Valley californiana, né tanto meno a Washington nelle sedi del potere politico. Negli scenari più pessimisti elaborati dal Pentagono, quando due anni fa l&#8217;Esercito Popolare di Liberazione centrò in pieno un proprio satellite in un test di guerre stellari, fu detto che la conquista dello spazio sarebbe stata la prossima sfida tra l&#8217;America e la Cina. Nessuno aveva messo in conto quello che sta accadendo da due settimane: l&#8217;improvviso gelo tra i soci del G2 per il controllo del cyber-spazio.</p>
<p>Eppure quando Google lanciò la sua versione in mandarino nel 2006, la censura di Stato esisteva già. Come Microsoft, come Yahoo, come Rupert Murdoch, anche il colosso di Mountain View accettò il patto con il diavolo: collaborare con il regime facendo propri i suoi tabù, interiorizzarne i limiti alla libertà di espressione, autocensurarsi con dei filtri di software automatici approvati dalle autorità locali. Sembrava logico. Google si comportava come tante altre multinazionali &#8220;normali&#8221;, separava le regole universali del business capitalistico dal contesto politico locale. Come un qualsiasi fabbricante di auto o di jeans, Schmid pensò di poter chiudere gli occhi sugli abusi contro i diritti umani, e partire alla conquista del più vasto mercato mondiale. Anzi, nel 2006 la questione di coscienza per gli americani sembrava risolta una volta per tutti dalle parole ottimiste di Bill Gates: &#8220;Per quanti limiti possano mettere all&#8217;attività di Microsoft, l&#8217;avvento di Internet introduce nella società cinese un volume d&#8217;informazioni senza precedenti. La Cina sarà comunque migliore di prima, grazie a noi&#8221;. Ai vertici di Google, a onor del vero, non tutti la pensavano così. Sulle condizioni dello sbarco in Cina aveva dei forti dubbi uno dei due co-fondatori dell&#8217;azienda, Sergey Brin. Per la sua biografia personale &#8211; nato nell&#8217;Unione sovietica, emigrò in America da bambino con i genitori &#8211; aveva intuito un&#8217;incompatibilità insolubile, tra la &#8220;natura&#8221; profonda del business di Google e quella della Repubblica Popolare.</p>
<p>La casistica dei conflitti tra i regimi autoritari e la libertà online è ricca di precedenti, dall&#8217;Iran alla Birmania. Ma la questione cambia completamente quando la posta in gioco è un mercato di 330 milioni di utenti, ormai il più popoloso del pianeta. Il comunicato del governo cinese che stigmatizza Google e ribatte alle critiche di Hillary Clinton, fa esplicito riferimento alle &#8220;regole della rete cinese&#8221;. Nessuno immagina che possa esistere un &#8220;Internet iraniano&#8221;. Ci sono solo le barriere che Teheran frappone per l&#8217;accesso locale alla rete: che resta una, indivisa e globale. Ma l&#8217;idea che la Cina possa organizzarsi come un cyber-universo autonomo da noi, è altrettanto impensabile?<br />
In Occidente diamo ormai per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap. Ricordo il divertimento con cui mi accorsi, quando abitavo a San Francisco, che dalle foto satellitari si poteva vedere non solo casa mia ma anche la targa della mia auto. Non appena mi trasferii a Pechino nel 2004 scoprii che intere zone della capitale cinese invece erano oscurate, a cominciare dal quartiere di Zhongnanhai dove risiede la nomenklatura comunista. Ciò che a noi appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre sia fatta da un&#8217;impresa privata americana, non è accettabile a Pechino. E&#8217; un&#8217;intrusione virtuale nella sovranità: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli. E visto da Pechino il confine che separa un colosso privato come Google dal governo di Washington, è labile.</p>
<p>Ken Auletta, autore del saggio &#8220;Googled&#8221; (il passivo del verbo &#8220;googlare&#8221;), osserva che &#8220;poche altre tecnologie &#8211; la stampa di Gutenberg, il telefono &#8211; hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di produrre informazione, selezionarla, consumarla&#8221;. Ma Internet essendo nato in America, tutta l&#8217;organizzazione del world wide web ha un&#8217;impronta made in Usa. Porta i segni inconfondibili di un &#8220;sistema&#8221;: regole e valori nati negli Stati Uniti, per estensione occidentali, non necessariamente percepiti come universali a Pechino. Dove noi parliamo di &#8220;architettura aperta&#8221;, altri capiscono &#8220;egemonia americana&#8221;.</p>
<p>La Grande Muraglia di Fuoco, è il nome che i dissidenti hanno affibbiato alla censura online della Repubblica Popolare. E&#8217; il più moderno e sofisticato apparato di controllo dell&#8217;informazione, con almeno 15.000 tecnici informatici in servizio permanente. Eppure il governo di Pechino ha avuto bisogno fino a ieri di appoggiarsi sul &#8220;collaborazionismo&#8221; di Google, Yahoo, Microsoft. I dissidenti, o anche i giovani cinesi più curiosi e dotati per l&#8217;informatica, hanno appreso ad aggirare la Grande Muraglia. Usano metodi simili a quelli degli hacker: ad esempio per dissimularsi attraverso domicili online all&#8217;estero. Sono esattamente i metodi mutuati dai cyber-pirati al servizio del governo, nelle incursioni denunciate da Google il 12 gennaio. Hanno violato la privacy della posta elettronica Gmail di numerosi militanti dei diritti umani; nonché di un grande studio legale di Los Angeles impegnato in un processo contro aziende di Stato cinesi per violazioni di copyright. E hanno profanato le email di 34 aziende hi-tech nella Silicon Valley, un grave episodio di spionaggio industriale che getta un&#8217;ombra sulla sicurezza di tutto l&#8217;impero Google.</p>
<p>L&#8217;esperto d&#8217;informatica Holman Jenkins evoca per questa offensiva un precedente poco noto. &#8220;All&#8217;inizio degli anni Novanta ci fu un&#8217;escalation di episodi di pirateria navale nel Mare della Cina meridionale. Hong Kong, che era ancora una colonia inglese, raccolse le prove che i pirati erano in realtà al servizio delle forze armate cinesi. Era un modo per rivendicare la sovranità di Pechino su rotte di comunicazione strategiche&#8221;. I cyber-pirati che la Cina ha scatenato contro Google, innescando un conflitto che ha portato fino all&#8217;intervento dell&#8217;Amministrazione Obama, starebbero facendo un gioco simile. Come il corsaro Francis Drake al servizio di sua maestà Elisabetta I contro l&#8217;impero spagnolo. In palio stavolta c&#8217;è uno spazio virtuale, perfino più strategico delle rotte marittime. La Cina punta molto in alto, se ha sentito il bisogno di intimidire Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti industriali: tutti ormai potenzialmente spiati. I dirigenti della Repubblica Popolare possono immaginare un Trattato di Yalta del terzo millennio, con cui l&#8217;America prenda atto della loro sovranità su una parte di Internet. Se passa il loro piano, il discorso visionario di Hillary Clinton che ha esaltato Internet come &#8220;il grande egualizzatore&#8221;, si applicherebbe solo al di qua della Grande Muraglia. </p>
<p>da:repubblica.it</p>
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		<title>Google, la parola dell&#8217;ossessione</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 08:11:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è niente da fare: pochi generi del discorso hanno oggi, per efficacia, l’appeal delle Classifiche. Di questi tempi, poi, alla fine dell’anno si aggiunge la scadenza del decennio (anche se gli storici sanno che questi sventurati Anni Zero, per far danni, hanno ancora più di 360 giorni a disposizione: ma, a sua volta, quello «zero» in coda è irresistibile). Liste, canoni, giochi della torre: alzi la mano chi se ne è saputo astenere. Non se ne astengono neppure i linguisti dell’American Dialect Society che, per dare un po’ di pepe ai loro convegni, hanno pensato bene di concludere le loro assise, a partire dal 1990, con la scelta della «parola dell’anno»: sul modello dell’«uomo dell’anno» della rivista «Time». Per esempio nel ‘91 prevalse il sintagma «madre di tutte le&#8230;» (che dopo la Prima guerra del Golfo s’è imposto in un’infinita, stucchevole quantità di costrutti derivati; corrispettivo nostrano è il suffisso «-poli», mutuato da Tangentopoli). Nello specifico linguistico regola del gioco è che (a differenza di «Time») non conti tanto l’oggetto designato &#8211; il referente, per dirla appunto coi linguisti &#8211; bensì la parola che vi si riferisce.</p>
<p>La notizia è che nel corso dell’ultimo convegno, a Baltimora, «parola del decennio» è stata eletta Google: che ha prevalso su 9/11, verde, blog e guerra al terrore. Giusto: in quanto nei termini concorrenti conta piuttosto il referente, mentre la parola Google ha dato vita a derivati quale l’orribile googlare (senza contare la fantasia grafica con la quale sempre più spesso se ne usa la forma &#8211; specie l’accogliente doppia «o» &#8211; per siglare ricorrenze e appuntamenti). Ed è anche un messaggio di speranza scegliere Google &#8211; qualcosa cioè che ci ha senza dubbio migliorato la vita &#8211; in luogo di 9/11 (11 settembre per antonomasia, ovviamente, quello del 2001): che invece ce l&#8217;ha peggiorata catastroficamente.</p>
<p>Ma è un segno dei tempi anche in altri sensi. Google, oltre che un oggetto è un marchio. Non è un caso che, nel decennio del trionfo dell’ideologia liberista, la privatizzazione della lingua passi per il Web (con l’accaparramento di parole-chiave, «dominî» potenzialmente fruttuosi). E poi, nessuno ci toglie dalla testa che in Google conti infinitamente, più che la parola, la cosa: che pare realizzare il sogno della Biblioteca di Babele. Sempre più spesso sfogliamo con Google books libri che pure sappiamo di possedere, su uno scaffale lontano solo pochi passi. Infine, e soprattutto: chi si astiene da Google per risolvere, appunto, i suoi dubbi linguistici? Non solo per verificare la grafia di Hugo von Hoffmansthal; ma anche di termini d’uso che dovremmo conoscere a menadito. E che in effetti conosciamo: ma sui quali proprio la possibilità di accertarci, d’improvviso, ci rende incerti. Chissà se i linguisti sono soddisfatti di questo effetto collaterale.</p>
<p>da:lastampa.it</p>
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		<title>L&#8217;inutilità delle barrette</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 07:04:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;All&#8217;epoca mi era sembrata una buona idea, ma oggi, ripensandoci, avrei potuto fare a meno di quelle due barrette&#8221;. A parlare così non è un mitomane, ma sir Tim Berners-Lee, colui che viene definito l&#8217;inventore del Web così come lo conosciamo. Il fisico, ora a capo del World Wide Web Consortium, come riporta il Times [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;All&#8217;epoca mi era sembrata una buona idea</strong>, ma oggi, ripensandoci, avrei potuto fare a meno di quelle due barrette&#8221;. A parlare così non è un mitomane, ma sir Tim Berners-Lee, colui che viene definito l&#8217;inventore del Web così come lo conosciamo. Il fisico, ora a capo del <a href="http://www.w3.org/" target="_blank">World Wide Web Consortium</a>, come riporta il <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/tech_and_web/article6872873.ece" target="_blank">Times</a> ha ammesso pubblicamente l&#8217;inutilità del doppio slash (//), il simbolo che in tutti gli indirizzi internet precede il &#8220;www&#8221;. Ma pensa a te, verrebbe da dire&#8230;</p>
<p>da:vitadigitale.corriere.it</p>
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