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	<title>orbitaweb.it &#187; web2.0</title>
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	<description>Il meglio dal mondo web... e da ciò che gli gira attorno</description>
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		<title>Google e Bing includeranno Twitter</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 15:13:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È una fase di grandi movimenti e di alleanze strategiche nel mondo del web. Google e Microsoft, quasi in contemporanea, hanno infatti annunciato di aver stretto accordi con Twitter per incorporare i contenuti del sito di microblogging fra i risultati dei rispettivi motori di ricerca. Ma il raggio d’azione dei due colossi della Rete non si limita al servizio di cinguettii: si tratta piuttosto di un’azione a tutto campo diretta al mondo dei media sociali e dei contenuti prodotti in tempo reale dagli utenti.</p>
<p>GLI ACCORDI &#8211; In particolare Microsoft ieri ha dichiarato che il suo motore di ricerca Bing includerà tra i risultati i brevi messaggi (in gergo, tweets) pubblicati su Twitter; e successivamente gli aggiornamenti di stato pubblici postati sulle pagine di Facebook. Ma nello stesso giorno anche Google ha rivelato di aver raggiunto un accordo di questo tipo con Twitter, aggiungendo di stare lavorando a un motore di ricerca sociale che attinga alle informazioni pubblicate dalla rete amicale di un utente sui vari social network. I termini delle intese tra la piattaforma di microblogging e i due giganti della Rete non sono stati rivelati: curiosamente il Ceo di Twitter, Evan Williams, ha detto al New York Times che i ricavi non sono stati l’oggetto principale degli accordi. Certo il sito dei cinguettii non teme affatto di diffondere i propri contenuti su piattaforme diverse: il cuore della sua filosofia è sempre stato quello di essere un «network distribuito».</p>
<p>LO SCENARIO &#8211; La corsa delle aziende di Redmond e di Mountain View a siglare alleanze con Twitter e Facebook è indicativa di alcune tendenze in atto. La prima è la crescente rilevanza del web in tempo reale (real-time web), ovvero di quel flusso costante di post, aggiornamenti e micro-contenuti pubblicati dagli utenti su varie piattaforme che restituiscono il polso della Rete: i temi, i fatti, le persone e le parole che la animano in un dato momento. Un segmento sempre più ampio di Internet che però fino ad oggi era stato trascurato dai grandi motori di ricerca, più orientati verso pagine web, blog e siti d’informazione tradizionali. La seconda chiave di lettura – conseguente alla prima – è che la ricerca web così come l’abbiamo conosciuta si sta esaurendo. Mentre il settore dei search engine si è riempito di concorrenti, sono emerse nuove esigenze da parte degli internauti, come la possibilità di filtrare i dati online utilizzando meccanismi differenti: ad esempio rivolgendo una richiesta direttamente ai propri amici o alle reti con cui si è connessi, piuttosto che al vecchio motore di ricerca, per così dire, generalista.</p>
<p>PROSSIME MOSSE &#8211; Ma la mossa di Google e di Microsoft sancisce anche l’influenza crescente dei media sociali. Basti pensare che il 19 per cento degli utenti web legge o pubblica aggiornamenti di stato (secondo i dati di Pew Internet &#038; American Life Project). O che Twitter raccoglie ormai 55 milioni di visitatori al mese, oltre ad aver rastrellato 155 milioni di dollari di investimenti. A ravvivare ulteriormente lo scenario si aggiunge la notizia che Google sta lavorando per incorporare nella ricerca anche un servizio musicale, Music One Box, che permetterà agli utenti di cercare, ascoltare ed eventualmente comprare canzoni da negozi digitali online. </p>
<p>da:corriere.it</p>
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		<title>Wikipedia sulla via del declino?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 11:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ricercatori del Palo Alto Research Center hanno pubblicato i risultati di uno studio che rileva una battuta d’arresto nella crescita di Wikipedia. Il numero di voci aggiunte su base mensile è ora fermo a quota 20.000, quando nel 2006 era il triplo (60.000). Crolla anche il numero di modifiche effettuate dagli utenti.
Come dire, stanno finendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricercatori del Palo Alto Research Center hanno pubblicato i risultati di <a href="http://asc-parc.blogspot.com/2009/07/part-1-slowing-growth-of-wikipedia-some.html">uno studio</a> che rileva una <strong>battuta d’arresto</strong> nella crescita di Wikipedia. Il numero di voci aggiunte su base mensile è ora fermo a quota 20.000, quando nel 2006 era il triplo (60.000). Crolla anche il numero di modifiche effettuate dagli utenti.</p>
<p>Come dire, stanno finendo i tempi d’oro quando Wikipedia stracciava un record dopo l’altro? In parte si tratta di un <strong>dato fisiologico</strong>: con il passare del tempo diminuisce il numero di voci da aggiungere.</p>
<p>Quello che più preoccupa è però un altro dato emerso dalla ricerca: una volta su quattro (25%) gli <strong>editor “occasionali”</strong> vedono i propri contributi rimossi o cambiati. Nel 2003, e cioè al momento di massimo picco per Wikipedia, solo uno su 10 veniva rimosso. Segno del potere sempre più centrale che stanno assumendo i <strong>super-editor</strong>. E cioè i tanti <a href="http://www.nytimes.com/2006/06/17/technology/17wiki.html?_r=1">wiki-burocrati</a> che negli anni hanno assunto <strong>poteri di gestione superiori</strong> a quelli dei singoli utenti.</p>
<p>Secondo i ricercatori del Palo Alto Research Center, propria questa eccessiva burocrazia porterà negli anni a far diminuire il numero di nuovi utenti. Il che, per un progetto che trae la sua forza proprio dalla collaborazione di massa e dalla <strong>diversità di punti di vista</strong>, non è proprio il massimo: “Col tempo <strong>la qualità potrebbe sempre più degradarsi</strong>“, spiegano al <a href="http://www.newscientist.com/article/dn17554-after-the-boom-is-wikipedia-heading-for-bust.html">New Scientist</a>. Anche se, ribattono gli esperti di Wikimedia, è ormai inevitabile far ricorso a super-moderatori per filtrare lo spam, le informazioni inaccurate e le “guerre di editing” che prendono di fronte a grandi eventi di attualità.</p>
<p>Giusto, ma questo non toglie che prima o poi Wikipedia dovrà adottare un sistema di moderazione meno soggettivo e più democratico. Altrimenti ne va del suo stesso futuro.</p>
<p>da:mytech.it</p>
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		<title>Pagare le notizie su Internet? Una questione di vita o di morte</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2009 09:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come vi sareste comportati se per leggere questo articolo vi avessimo chiesto di pagare 15 centesimi? Semplice, probabilmente non l’avreste letto e sareste andati a cercare la notizia altrove. In fondo Internet è da sempre il regno dei contenuti gratuiti, e allora perché mai spendere dei soldi quando si può avere tutto a costo zero?
Eppure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come vi sareste comportati se per leggere questo articolo vi avessimo chiesto di pagare 15 centesimi? Semplice, probabilmente non l’avreste letto e sareste andati a cercare la notizia altrove. In fondo Internet è da sempre il regno dei contenuti gratuiti, e allora perché mai spendere dei soldi quando si può avere tutto a costo zero?</p>
<p>Eppure c’è chi è pronto a sfidare questo ordine di idee: Rupert Murdoch, ancora lui. Dopo aver dato un occhio ai conti del proprio colosso News Corp, il 77enne magnate australiano ha rivelato che a partire dal prossimo anno alcune delle principali testate del Gruppo offriranno le proprie notizie sul web a pagamento. Già dal prossimo mese di novembre, il Sunday Times adotterà il modello pay per view, mentre per il Times, il Sun e News of the World, il grande salto dovrebbe avvenire entro la prossima estate.<br />
<strong>Pagare, ma perché?</strong></p>
<p>Una prova di forza contro i principi liberali di Internet? Non proprio. Il ragionamento di Murdoch parte da una considerazione sulla quale è difficile essere in disaccordo: nessuno si può permettere di lavorare a livello professionale senza guadagnare nulla. E se consideriamo il crollo della pubblicità nel mercato editoriale, le preoccupazioni di Murdoch sono più che legittime. Tanto più se si considera che non tutti i servizi offerti attualmente nel mondo web/mobile sono gratuiti. Gli operatori telefonici chiedono 15 centesimi per mandare un sms, Apple 0,99 centesimi per ogni traccia musicale scaricata da Itunes, e anche qualcosa di più per avere le applicazioni da inserire nel nostro iPhone e iPod. E allora perché scandalizzarci di fronte alle richieste di Murdoch? I contenuti dei giornali online sono forse meno nobili? Certamente no. Quel che manca è probabilmente una cultura, o se preferite il termine, un’abitudine ad acquistare notizie sul web.<br />
<strong>Ma Reuter non ci sta</strong></p>
<p>Sul tema, l’opinione pubblica e quella degli addetti ai lavori si è spaccata da tempo. Va detto che nel partito dei contrari non ci sono solo gli utenti, ma anche autorevoli esponenti del mondo editoriale. È il caso di Reuter. Che per voce del suo presidente Media, Chris Ahearn, ha fatto sapere che “Internet non sta uccidendo il mercato delle news così come la Tv non ha ucciso la radio, o la stessa radio i giornali”. Crediamo nell’economia del link titola Ahearn nel suo editoriale, invitando tutti gli attori del mercato &#8211; editori online, motori di ricerca, aggregatori di notizie, network pubblicitari e blogger &#8211; a incontrarsi in una stanza virtuale per trovare un punto d’accordo.<br />
Giusto, anzi giustissimo; peccato che il punto di vista di Ahearn rispecchi un mondo, quello delle agenzie di stampa, che rappresentano ancora un’isola felice per il mondo dell’editoria. Perché – come scrive l’Economist &#8211; se è vero che alcuni gruppi editoriali hanno cancellato l’abbonamento alle agenzie per risparmiare, molti altri, dopo aver ridimensionato le redazioni, sono diventati più dipendenti che mai dai dispacci.<br />
<strong>Una scommessa che può fare scuola</strong></p>
<p>L’esempio di Murdoch potrebbe essere seguito da altri gruppi editoriali. Lo stesso Murdoch è pronto a scommetterci: “I nostri contenuti saranno migliori e più differenziati rispetto a quelli offerti dalla concorrenza. E se avremo successo saremo seguiti presto da altri media”. E allora, a quel punto, il mondo del web sarà costretto gioco forza a cambiare le sue abitudini.<br />
In questo senso l’approccio vincente (e anche quello meno traumatico per gli utenti) potrebbe essere quello dei cosiddetti modelli “Freemium” (Free + Premium) tipici di tutte quelle realtà web (vedi Flickr) che offrono un servizio di base a costo zero che si completa con degli extra a pagamento. Traslando il tutto in un’ottica editoriale, il futuro a breve termine dell’informazione a pagamento potrebbe essere proprio quella dei portali composti da una base di notizie flash gratuite e arricchiti da una serie di approfondimenti di qualità, ovviamente a pagamento.<br />
<strong>Pagamenti rapidi e indolori</strong></p>
<p>Già pagare, ma come? Il successo dell’AppStore dimostra che più il sistema di pagamento è rapido, maggiore è la propensione degli utenti verso l’acquisto, anche quando questo non è per così dire “essenziale”. Paypal è probabilmente il sistema più conosciuto ma ha costi di transazione ancora troppo alti per acquisti inferiori al dollaro. Ma non è il solo, sottolinea Walter Isaacson sul Time: “Gli utenti di Facebook stanno adottando sistemi come Spare Change, che consente di usare il conto Paypal o la carta di credito per avere denaro digitali da spendere in piccole quantità, Twitter usa Twitpay, ma anche gli appassionati di giochi di ruolo hanno la loro moneta digitale”. Qualunque sarà la strada scelta dal mercato editoriale, una cosa è certà: le transazioni dovranno essere rapide e indolori.</p>
<p>da:mytech.it</p>
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		<title>Wolfram Alpha lancia la sfida a Google</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 07:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si chiama Wolfram Alpha e promette davvero di rivoluzionare il web. All’apparenza è un semplice motore di ricerca – come Google, Windows Live o Yahoo –, ma in realtà sotto la facciata familiare si nasconde un software sofisticato in grado di interpretare domande e formulare risposte accurate. Annunciato a marzo e presentato pubblicamente ad Harvard [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiama <a href="http://www.wolframalpha.com" rel="nofollow"><u>Wolfram Alpha</u></a> e promette davvero di rivoluzionare il web. All’apparenza è un semplice motore di ricerca – come Google, Windows Live o Yahoo –, ma in realtà sotto la facciata familiare si nasconde un software sofisticato in grado di interpretare domande e formulare risposte accurate. Annunciato a marzo e presentato pubblicamente ad Harvard la scorsa settimana Wolfram Alpha verrà svelato al pubblico nei prossimi giorni, certamente entro la fine di maggio. <span style="font-weight: bold"></span></p>
<p><span style="font-weight: bold">IL PROGETTO </span>– Il nuovo motore di ricerca nasce per opera del britannico <u>Stephen Wolfram</u> , scienziato e fondatore <u>dell’omonima società di ricerca</u> genio della fisica e delle reti, con l’ambiziosa intenzione di rivoluzionare la consultazione online della conoscenza umana. Basta con i milioni di risultati restituiti da Google senza alcun approccio critico: il prossimo metodo di ricerca rispetterà il linguaggio naturale, cioè l’espressione delle domande esattamente come avviene tra due interlocutori umani. Dopo aver decifrato il quesito, Wolfram Alpha proporrà un risultato completo di grafici e dati statistici, per supportare scientificamente il valore della propria risposta. Oltre a presentare risultati diretti, il motore potrà confrontare i dati di diversa natura, paragonando così valori astratti come le lunghezze o gli avvenimenti storici: si potrà scoprire quante utilitarie possono stare contemporaneamente sul Golden Gate di San Francisco, oppure le curiosità del giorno in cui si è nati.</p>
<p><span style="font-weight: bold">UMANO, TROPPO UMANO </span>– L’idea di Wolfram è quella di trovare una via alternativa alla conoscenza web, proponendo una strada piastrellata di conoscenze scientifiche. Per questo motivo, pur essendo in netta contrapposizione con Google, questo progetto non lo sostituisce. Non si tratta infatti di un vero e proprio motore di ricerca perché non consiste in un database di siti web archiviati per parole chiave e neppure è formato da una serie di domande e risposte preconfezionate. Wolfram Alpha, come viene definito dal suo ideatore, è un «motore computazionale della conoscenza» che interpreta ed elabora proprio come un cervello, incrociando tutti i dati a disposizione. Pur essendo estremamente sofisticato (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=qUFmqshsnXU" watch?v="qUFmqshsnXU")"" rel="nofollow"><u>un video ufficiale mostra la sua costruzione fisica</u></a>), il software dovrà affrontare gli ostacoli del linguaggio e della cultura, analizzando il significato di ciascuna domanda, distinguendo tra i diversi livelli semantici. Un’azione difficile anche per l’uomo perché presuppone la conoscenza della lingua e dei riferimenti linguistici. L’esempio negativo portato dal creatore è l’espressione “50 cents”, che può indicare contemporaneamente i centesimi e l’omonimo rapper. Lo stesso vale per le domande retoriche o in gergo, per esempio.</p>
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<p> <span style="font-weight: bold">GOOGLE, BOTTA E RISPOSTA</span> – Sebbene il progetto sveli un software decisamente lontano da Google (sia per la maggiore complessità, sia per l’organizzazione del risultato), la domanda spontanea che ne deriva è se Wolfram possa essere tanto rivoluzionario da oscurare il successo ultra decennale della grande G. Indubbiamente i presupposti ci sono, compresa la crescente attesa diffusa a livello internazionale che sta trasformando l’arrivo del software in un vero e proprio evento mediatico. Una condizione sufficiente per far tremare le gambe a Brin e Page che – proprio qualche giorno fa – hanno integrato nelle ricerche di Google anche i dati pubblici (come il tasso di disoccupazione o la popolazione negli stati americani) e la visualizzazione in grafici interattivi. Si tratta di un servizio di complemento alle ricerche online nato dall’acquisizione avvenuta nel 2007 del servizio di statistiche Trendalyzer. Fino a questo punto, Wolfram Alpha ha fatto tutto il possibile per diventare la nuova Google, ma l’impatto che il software avrà sul web potrà essere determinato soltanto dagli utenti e dall’uso che ne faranno: non sempre ciò che è migliore è infatti destinato al successo.</p>
<p>da:corriere.it</p>
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